È così che accadono le cose a volte e la battaglia sotto le mura di Pietravento non fu di certo l’unica ad andare in questo modo. Sta di fatto che un paio di sentinelle silenziose della Marca, appostate al limitar del bosco, videro Isidoro correre da solo, nel suo mantello rosso, contro le linee nemiche e diedero la notizia:
“Il ragazzo delle Fate corre da solo contro al nemico!”
Passavano la voce all’albero più vicino, poi senza pensare ad altro si gettavano giù dal ramo con le armi in pugno e correvano a battersi per il loro signore.
La compagnia di Poggio Scuro, nell’accampamento di Selcevecchia, avvistò per prima l’assalto. Buona parte dei soldati erano già sulla palizzata, a sghignazzare e urlare insulti contro la gente della Marca. Ci vollero diversi istanti perché qualcuno notasse i movimenti al limitare del bosco. La gente veniva fuori sparpagliata, senza formazioni. Erano gruppi di schermaglia? Un’esca? L’intero esercito che dava battaglia? Una decina, due, dieci… le urla dei guerrieri crescevano in un ruggito mentre si riversavano fuori dalla foresta. Qualcuno afferrò la fune della campana sulla torre d’avvistamento e si mise a scuoterla forsennatamente.
“Attaccano, allarme, attaccano!”
Sentendo i passi di corsa dietro di sé Isidoro si era voltato sgomento. Quando finalmente capì, cercò di fermare i suoi uomini. “No, no” diceva, “tornate indietro, dobbiamo aspettare gli ordini, non capite.” I più vicini si erano fermati attorno a lui, confusi, qualcuno si voltava, facendo dei cenni ai compagni più arretrati. Il bosco però continuava a gettare fuori guerrieri in tunica gialla, che correvano brandendo i giavellotti, le spade e i piccoli scudi. Qualcuno aveva notato il mantello rosso di Isidoro e correva nella sua direzione, ma ormai era troppo tardi. Un’onda, una valanga umana era partita e non c’era più modo di arrestarla. Ancora una volta Isidoro si trovò alla guida di qualcosa che non aveva iniziato lui.
Solo che stavolta si girò, sfoderò la spada e continuò la carica verso l’accampamento nemico, urlando.
Dietro le palizzate era il caos. Pentole rovesciate per terra, cavalli che galoppavano di qua e di là, ufficiali che accorrevano all’erta calcandosi in testa l’elmo e dando ordini contraddittori. Le staffette avrebbero presto informato Bovesin della Guivra, di certo il comandante aveva pronto un piano, di certo i rinforzi sarebbero arrivati da lì a qualche momento.
Una carica a cavallo ben ordinata avrebbe sicuramente spazzato via quella marmaglia, ma non arrivò nessuna carica. L’agile fanteria leggera della Marca copriva le distanze in brevissimo tempo, evitava le frecce dei pochi arcieri di Selcevecchia che già abbandonavano le postazioni e scavalcava a balzi i fossati. Quando Isidoro arrivò urlante ai piedi delle palizzate nemiche ci trovò i suoi guerrieri, o i guerrieri non sapeva di chi a questo punto, ad ogni modo quei pazzi furiosi, che avevano scagliato i giavellotti contro gli spalti, sgomberandoli temporaneamente da presenze inopportune, e stavano adoperandosi a scalare la palizzata come meglio potevano, formando gradini con le braccia, i corpi e gli scudi, oppure piantando le daghe nel legno e issandosi a forza. Un tizio coi baffi, come tutti quei folli maledetti del resto, gli indicò qualcosa – parlare era ormai inutile tanto era il chiasso che veniva giù dalla foresta e rimbombava nella pianura – una ridicola scalinata formata dagli scudi dei guerrieri arrampicati l’uno sull’altro, che arrivava quasi fino al posto di guardia di uno dei cancelli nella palizzata.
“Ah sì” pensò Isidoro, ormai fuori di sé, “Volete fare i matti? Adesso vi faccio vedere io il matto”. E senza attendere altro, si lanciò di corsa su per quel percorso traballante, riprendendo a urlare.
Ciò che ricordava del resto di quegli attimi era lui che continuava a sgolarsi in cima alle mura, stranamente vuote tranne che per una sola persona, gli altri guerrieri che lo seguivano e i portoni dell’accampamento che venivano spalancati alla marea sciamante e ruggente. Poi la persona che l’aveva preceduto sugli spalti gli si era avvicinata e l’aveva coperto con lo scudo e poco dopo altri l’avevano imitata, improvvisando una sorta di guardia d’onore. I guerrieri della Marca scorgevano il mantello di Isidoro in cima alle palizzate nemiche, e urlavano di trionfo per la prima conquista. Gli arcieri di Selcevecchia avrebbero potuto tirare facilmente a quello stesso mantello rosso, ma avevano altro a cui pensare. Isidoro alzava la spada e urlava. Qualcuno da dentro il campo iniziava ad appiccare incendi.
Isidoro si girò per un attimo e vide che quella che lo stava coprendo con lo scudo era una ragazza. Aveva circa la sua età e i capelli rossi. Era quella che forse gli aveva sorriso un paio di volte nelle settimane precedenti. Era sicuramente matta.