L’assedio di Pietravento – quattordicesima parte

La piana

La luce filtrava a chiazze dalla volta verde della foresta mentre Isidoro avanzava tra un intrico di radici e sentieri appena accennati. A distanze regolari lo salutavano dagli alberi i richiami di uccelli diversi. Guardava in su, ma non riusciva a vedere i suoi soldati nascosti tra le fronde, che annunciavano così il suo passaggio. Solo un paio di volte aveva potuto scorgere delle facce baffute che gli rivolgevano un sorriso raggiante e complice, ma si trovava ancora vicino al cuore della foresta, dove stava nascosto il loro accampamento. Da là partivano ordini e messaggi. Là si stava discutendo da tempo, fin troppo tempo, la strategia per liberare la città. Là arrivavano le notizie, tramite la rete di sentinelle appostate tra le fronde degli alberi, le stesse che ora, invisibili, salutavano il giovane condottiero con richiami di uccelli, orgogliosi di mostrarsi attenti. Erano così bravi a imitare i versi del merlo, della cincia, del fringuello e dell’allodola, che Isidoro non riusciva più a capire se i suoni che udiva provenissero da uomini o animali.

Camminava solo, quella mattina presto, nel groviglio della vegetazione. Quanti erano i nemici? In quale situazione la città? Cosa si poteva fare, oltre a confabulare di strategie? Si sentiva un comandante inutile. Pian piano i suoni del bosco si smorzarono, fino a scomparire del tutto. Era arrivato al limitare della foresta.

Isidoro si guardò indietro e non vide né udì nessuno. Si avvicinò all’ultimo albero e appoggiò una mano sul tronco, scrutando l’orizzonte. I raggi del sole scivolavano sui pendii delle colline digradanti verso la città e scaldavano la piana, le tende del nemico, le sue bandiere colorate e le palizzate, e facevano brillare le mura ferite di Pietravento. L’esercito del drago aveva innalzato una doppia cinta di mura di legno davanti alla città, una contro le sortite dall’interno, l’altra per fermare rinforzi esterni.  All’interno di quell’enorme anello c’erano i campi di Selcevecchia, divisi per bandiere e compagnie, separati da ulteriori fossi e steccati. Davanti alla porta di tramontana torreggiava una mostruosa struttura in legno, una macchina minacciosa e inspiegabile, irta di bracci e pulegge, immobile, come una bestia addormentata.

Nella piana si udivano leggeri i suoni degli accampamenti nemici. Voci tranquille, rumori di stoviglie, come se la gente dietro quelle cortine di pali appuntiti fosse lì per una gita in campagna, e non per cingere d’assedio la città. Isidoro guardò ancora intorno, in cerca di movimenti e alla fine scorse un piccolo manipolo di uomini. Indossavano il costume tipico della Marca e camminavano vicino, pericolosamente vicino alle fortificazioni del campo nemico. Portavano armi, ma non le stavano usando. Le sventolavano semplicemente, in direzione delle sentinelle di Selcevecchia affacciate alla palizzata e iniziavano a levare le loro voci.

“Ladri di pecore, maiali di mare!”

“Alla vostra città picchiate le donne, derubate i bambini e i vecchi! Durante i funerali scassinate la casa ai vostri vicini!”

“Quando i porci vi vedono si vergognano di voi!”

Da dentro l’accampamento qualcuno gli rispondeva: “Tornatevene sui vostri alberi uccellini! Tornate nel pantano! Puzzate come le upupe!”

Erano un gruppo piuttosto numeroso e tra loro c’era anche il vecchio bardo che aveva cantato con le lacrime agli occhi, e ora stava stramaledicendo e lanciando improperi contro il nemico.

Nei primi giorni dopo l’arrivo dei rinforzi i guerrieri della Marca erano scesi qualche volta all’accampamento di Selcevecchia, per lanciare dardi, insulti e in alcuni casi persino sfidare a duello gli avversari. Era più un modo per saggiare le forze del nemico e misurare le sue reazioni. Ben presto i guerrieri avevano imparato a proteggersi dalle frecce coi piccoli scudi e a correre nel bosco prima che le pattuglie di cavalleria li cogliessero in campo aperto. Alla fine erano rimasti solo gli scambi di insulti, ma negli ultimi giorni erano stati proibiti anche quelli. Isidoro si era consultato con Gwenvael e con i capi, non voleva correre rischi inutili. Nessuno doveva allontanarsi dalla foresta o entrare in contatto col nemico senza permesso ed ecco che quegli sciocchi avevano deciso che la mattina fosse perfetta per andare a gridare ingiurie sotto le palizzate di Selcevecchia.

Non si vedevano archi tesi sopra gli spalti di legno, nessun rumore di zoccoli nella piana, ma le temibili bande di cavalleria sarebbero potute sopraggiungere da un momento all’altro e avrebbero spazzato via quella masnada di balordi, compreso il vecchio arnese che li guidava. Isidoro guardò nuovamente dietro di sé: il bosco era vuoto e completamente silenzioso. Non avrebbe saputo dire a quale distanza si fosse lasciato l’ultima sentinella.

Si volse verso la piana, accostò le mani alla bocca e urlò in direzione dei suoi guerrieri.

“Oh! Eh-là!”

Nulla, nessuno l’aveva udito.

Fece un passo avanti, due. Uscì dal bosco, li chiamò di nuovo. Lo scambio di insulti aveva raggiunto proporzioni non indifferenti, la compagnia di guardia si stava radunando sugli spalti per rispondere in coro ai barbari. Isidoro si avvicinò ancora, lasciandosi il bosco alle spalle; gridò, ma inutilmente. Fece ancora qualche passo in avanti, poi iniziò a correre. Il mantello rosso con le frange, regalo della gente della Marca, ondeggiava nell’aria della piana in declivio. La spada nel fodero frusciava contro l’erba alta. Correva da solo, nella terra di nessuno, come un bambino che gioca per i campi a primavera.

***

2 commenti

    1. Nie mój cyrk
      Nie moje małpy

      Preparatevi Pan Mordred, perché a breve ci saranno scimmie scatenate da tutte le parti nel circo (cosa che tra l’altro avrete facilmente inteso leggendo questa pagina).

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