Quel mattino la luce rendeva il mare davanti a Pietravento di un colore che Guadalbec aveva visto soltanto nelle acque settentrionali, molto lontano da lì, e negli occhi di una donna, molto tempo prima.
Stava sorridendo quando La Fleur Entrò di corsa nel torrione della porta di levante.
“Battaglia! Diamo battaglia!” annunciò, facendo trasalire Anguilème e tutti gli altri presenti. “Quelli della Marca hanno attaccato il campo nemico a tramontana, alcuni accampamenti sono già in fiamme!”
“Sortita?” chiedeva qualcuno, incespicando nell’armatura.
“Due distaccamenti della milizia escono a tramontana e a mezzogiorno, noi carichiamo verso gli accampamenti del porto, contro quel cane di Bovesino.”
“E a ponente?” chiedeva lo stesso cavaliere, cingendo la spada dopo aver rinunciato a corazzarsi.
“Bottafuoco” fu l’unica risposta del trafelato La Fleur, accompagnata da un’alzata di spalle.
“Edgar è qui sotto coi cavalli, noi dell’ordine carichiamo insieme.” Aggiunse poi, prima di ridiscendere di corsa le scale, seguito dagli altri armigeri. Anguilème arrivò per ultimo, dopo aver tolto dai bastioni lo stendardo col narvalo, per portarlo un’ultima volta sul campo di battaglia. Si guardò intorno, ma sul suo giaciglio vicino alla finestra del torrione Guadalbec non c’era più.
I cavalli dell’ordine, tra i pochi sopravvissuti alla battaglia e non impiegati dalle staffette e gli ufficiali che stavano portando i comandi per la sortita, erano schierati davanti alla porta e già bardati. Edgar Fieroscudo era in arcione e alla sua sinistra, sul cavallo Valanga, c’era Guadalbec, pallidissimo. Quando Anguilème montò sul suo destriero, alla destra dell’amico, questi si voltò verso di lui, sorridendo.
“Legami alla sella” chiese. Solo allora Anguilème si accorse che Guadalbec non portava la spada.
***
I capiclan della Marca arrivarono per ultimi sul campo di battaglia, seguiti dai loro galloglassi, i guerrieri giurati della guardia, con le armature d’anelli e le grosse asce. Quando Gwenvael terminò di organizzarli in una compatta retroguardia e di schierarli a presidio dei punti strategici, per prevenire il sopraggiungere di rinforzi nemici, grosse sezioni degli accampamenti di tramontana erano già in fiamme e l’enorme macchina torreggiante iniziava a piovere in tizzoni e brandelli infuocati sulle tende dei soldati di Selcevecchia.
La compagnia di Poggio Scuro, che sorvegliava la parte di accampamento attaccata per prima, aveva deciso che poteva benissimo ritirarsi e difendere in profondità, dato che Bovesin della Guivra non faceva pervenire ordini, rinforzi non se ne vedevano da nessuna parte e il campo di Selcevecchia era diviso al suo interno da altri fossi, steccati e settori. La loro ritirata non esattamente ordinata tuttavia non contribuì a mantenere il sangue freddo nell’esercito di Selcevecchia. Quando le prime bande di cavalleria finalmente sopraggiunsero, si trovarono intralciate dai fossati del loro stesso accampamento, e i galloglassi ebbero gioco facile a respingerle. Nel frattempo altri incendi divampavano. Gli unici che sembravano mantenere la calma erano i soldati di Bottafoco, negli accampamenti a ponente.
***
In quegli attimi si spalancavano tre delle quattro grandi porte di Pietravento. A tramontana uscì un grosso distaccamento della milizia, che corse subito a dare man forte agli alleati della Marca. Verso sud si mosse l’attacco più rischioso. Un altro grosso istrice, composto da più di metà della milizia cittadina attaccò le linee degli assedianti. Selcevecchia evitò accuratamente di affrontarli in campo aperto, preferendo aspettare i pietraventini dietro fortificazioni che non sarebbero mai riusciti a sfondare. La sortita non avrebbe avuto successo laggiù, se non che alcuni gnomi, passando da cunicoli noti solo a loro, sbucarono proprio negli accampamenti di meridione e si diedero a liberare cavalli e bestiame e incendiare tende e depositi, complicando non poco le cose al nemico.
***
Quando la porta di levante si spalancò sul cielo azzurro la luce investì i Cavalieri del Narvalo. I cavalli dilatarono le froge, inspirando l’aria di mare che il vento portava dalla spiaggia di fronte a loro. La schiera si mosse in silenzio, l’unico ordine un cenno di Edgar Fieroscudo. Attraversarono il portale in fila per ridisporsi in due larghe linee appena fuori, i cavalieri dell’ordine, gli scudieri e una manciata di altri combattenti. La bandiera del narvalo sventolava al centro esatto dello schieramento, le insegne di Bovesin della Guivra dritte di fronte. Edgar afferrò le briglie del cavallo di Guadalbec alla sua sinistra e l’intero gruppo si slanciò in avanti al trotto.
Nel suo accampamento sulla spiaggia del porto Bovesin della Guivra vide le porte di Pietravento aprirsi e la schiera di cavalieri uscirne fuori con le insegne spiegate. Diede alcuni ordini ai suoi ufficiali, poi li congedò. Radunò la sua guardia personale, calò l’elmo sul volto e imbracciò la lancia. Quando montò a cavallo nessuno poté scorgere sotto la celata la sua espressione.
I Cavalieri del Narvalo videro i nemici venir loro incontro e il trotto dei cavalli divenne galoppo. Anguilème si girò. Edgar aveva lasciato le redini di Guadalbec per meglio imbracciare lo scudo; nella destra stringeva solo la spada. Sulla spiaggia davanti al mare le schiere opposte erano ormai vicine. Le lance si abbassarono.
Si racconta che quando Edgar Fieroscudo scorse Bovesin della Guivra, capitano generale di Selcevecchia, gli si fece innanzi per affrontarlo. Anguilème, i Cavalieri del Narvalo e chi era presente a quella battaglia lo videro di persona. Riconobbe il comandante nemico nonostante il capo coperto dall’elmo, l’armatura brunita, senza insegne, e si staccò da tutto il gruppo, spingendo in avanti Rondine, il suo destriero.
Bovesin non fece nessuno dei suoi trucchi quella volta, ovvero forse il suo trucco fu di fare quello che non ci si aspettava da lui, cioè la cosa ovvia: strinse con forza la lancia e la puntò dritta contro il nemico, come a una giostra. L’impatto della cuspide d’acciaio contro lo scudo di Edgar e il fracassarsi dell’asta di frassino scossero la piana con un rumore spaventoso. Il Cavaliere del Narvalo resse l’urto mostruoso, rimanendo saldo in sella e mentre il nemico gli passava accanto si alzò sulle staffe e lo colpì con la spada sull’elmo, con tutta la forza che aveva in corpo.
Il generale nemico cadde da cavallo e rotolò nella sabbia, sparendo dalla scena, sommerso pochi attimi dopo dal chiasso della mischia. Nessuno sa con precisione come sopravvisse, si dice portato via in sella da uno dei suoi cavalieri che presto si volsero per fuggire, oppure raccolto da uno dei paggi che cercavano di mettere in salvo i loro padroni nella rotta generale che seguì di lì a poco. Di certo indossava una buona armatura, giacché non si spezzò l’osso del collo e non morì calpestato dagli zoccoli dei cavalli.
La caduta del generale fu il colpo di grazia per le schiere di Selcevecchia. L’accampamento sul mare fu il primo ad essere abbandonato, con così tanta fretta che nessuno ebbe tempo di dare fuoco alla flotta di Pietravento, ancora lì ormeggiata, né di rubare le navi per mettersi in salvo. La gente fuggiva a nord e a sud, a piedi e a cavallo, mentre i Cavalieri del Narvalo imperversavano nel campo nemico, roteando le spade e creando più confusione che altro.
Negli accampamenti a mezzogiorno i Selcevecchiesi videro i commilitoni sopraggiungere in fuga dalla spiaggia e, approfittando del fatto che il grosso istrice della milizia di Pietravento non fosse ancora riuscito a scavalcare le loro palizzate, decisero di abbandonare il campo. Li avrebbe aspettati una lunga marcia.
A tramontana ormai tutto era perduto. Metà degli accampamenti e delle fortificazioni bruciavano quando iniziò a diffondersi la notizia che Bovesin della Guivra era stato abbattuto in duello. Siccome la strada per Selcevecchia era proprio alle loro spalle, i soldati abbandonarono qualsiasi proposito di difesa in profondità e si misero a correre verso casa, lasciandosi dieto tende, pentole, bottini, asini e masserizie varie.
Quando le prime truppe pietraventine arrivarono agli accampamenti di ponente, ci trovarono la gente di Bottafoco, praticamente disarmata, come se si fosse trovata lì per sbaglio durante una passeggiata. Fu concordato tra ufficiali che se ne tornassero a casa dopo aver fatto i bagagli.
Sulla spiaggia, tra le rovine dell’accampamento nemico, La Fleur vedeva un piccolo distaccamento di fanti pietraventini raggiungerli in fretta dalla città. Occupavano il porto e si schieravano a protezione delle navi. Da nord giungeva distante il suono di canti, musica della Marca delle Fate. Non lo vedevano, ma i guerrieri dei clan stavano portando in trionfo, dopo esserselo issato sulle spalle, un ragazzo col mantello rosso. Attorno era solo il rumore delle onde, nitrito di cavalli.
Anguilème si voltò. C’era un cavallo bianco in mezzo all’accampamento desolato, fermo, con la testa bassa. In sella un uomo alto, altrettanto immobile. Guadalbec era morto.
***
Finì così, sul termine della primavera, quell’assedio di Pietravento dell’anno 1234. Selcevecchia si ritirò e per un certo tempo rimase tranquilla. A Pietravento si tennero grandi festeggiamenti e si iniziò la costruzione delle mura che collegano ancora oggi la città al porto. Qualcuno per celebrare propose di versare una libagione di cervogia sulla Pietravento, ma siccome nessuno sa dov’è, l’intera piazza centrale della città fu innaffiata di birra.
Ma soprattutto, dopo quella battaglia, furono eletti due grandi capi. Per le gesta di coraggio, per la fermezza e il senso del dovere e spirito di sacrificio, il titolo di secondo Gran Maestro dell’Ordine del Narvalo fu conferito, per decisione unanime dell’Ordine e col plauso della cittadinanza, a Edgar Fieroscudo. Mentre un ragazzino biondo, che si era trovato lì per caso, o forse sempre al momento giusto, divenne Re Isidoro di Pietravento, acclamato a furor di popolo, e di lì a poco tempo sposò una ragazza della Marca con i capelli rossi.
Un racconto avvincente con un bel finale! Peccato per Guadalbec…
Spiace anche a me per il povero Guadalbec
Lunga vita a Re Isidoro. La prossima primavera verserò della birra in memoria di Guadalbec e del suo valore.
Non aspettiamo la primavera per spillare bevande! Guadalbec di certo capirebbe.