Incipit liber primus de Obsidione Petraventi
L’assedio di Pietravento dell’anno 1234 fu particolarmente aspro, e anche, c’è da dire, alquanto sleale da parte della gente di Selcevecchia.
Dai tempi dell’incidente tra lavandaie, giù sulle sponde dell’Acquarùgia, c’è grande animosità tra i Pietraventini e i Selcevecchiesi, o forse l’inimicizia c’era già da prima che le lavandaie litigassero per la secchia. Fatto sta che la secchia se la portarono a casa quelli di Pietravento: da allora cambiò diverse volte proprietario, ma nell’anno 1234 se ne stava appesa a una catena nello stesso luogo in cui si trova ancor oggi: la casa capitolare dei Cavalieri del Narvalo.
Il 1234 fu però l’anno infausto in cui morirono sia il primo gran maestro dei Cavalieri, Gunther Calcamare, nel modo eroico che tutti sanno, sia il sovrano di Pietravento, Aldenulfo il Grasso, nel modo in cui muoiono i re grassi. Venne fatto gran lutto, e le genti delle terre vicine, cavalieri e popolani, uomini e donne, convenivano alla città per porgere omaggio alla tomba del monarca e al catafalco vuoto del suo amico e difensore.
Fu dunque, come si diceva, quantomeno sleale da parte di quelli di Selcevecchia scegliere un momento tanto triste per scender giù con tutti i loro fanti, le cavallerie, la gente in armi e i servi al seguito, e mettere campo attorno alle mura di Pietravento per cingerla d’assedio e riprendersi la secchia, proprio mentre la città piangeva i suoi eroi.
***
Fu il piccolo Astolfino a vederli per primo. Era una giornata d’aprile di quelle che profumano d’erba e di fiori, e lui aveva giusto portato fuori il suo vecchio bove, la capretta e le due pecore di casa, perché si mangiassero un po’ delle erbette e dei fiori freschi di primavera. Stava dalle parti delle rogge della Morvola, dove la sera sale la nebbietta e appaiono i fuochi fatui (cosa che non si direbbe mai, a vedere la Morvola così alla luce del mattino, tutta limpida e canterina, con le farfalle che ci svolazzano sopra).
Ebbene se ne stava là al mattino presto l’Astolfino, seduto sul prato a guardare i colli dolci del settentrione, quando scorse la prima delle bandiere col dragone e il cavaliere dallo scudo stellato, odiati emblemi della città nemica. Il garzoncello saltò su col pungolo in mano e pensò subito alla salvezza del bestiame: via di pungolo sulle bestie, mentre correva in direzione della città e urlava:
“Tradimento, tradimento! Selcevecchia ci vien contro!” più forte che poteva.
Nel frattempo diecimila fanti e cinquemila cavalieri, guidati da Bovesin della Guivra, scollinavano a settentrione e marciavano contro Pietravento.
***
Giù nel fresco e nella penombra delle cripte, avvolti nelle loro cappe, i Cavalieri del Narvalo erano un consesso assai mesto e taciturno.
Gli occhi passavano da un viso all’altro, senza fermarsi su nessuno in particolare, oppure scrutavano il pavimento di pietra e le macchie di luce azzurrina provenienti dall’alto. Qualcuno fissava la lastra sotto alla quale avrebbe dovuto trovarsi il corpo del più grande cavaliere di Pietravento.
“Disperso in mare”, fu la voce di Edgar dell’Arcipelago Ghiacciato ad attraversare il silenzio del sotterraneo.
“Tu l’hai visto andarsene?” domandò Anguilème.
I cavalieri si volsero di nuovo verso Edgar.
“Fu come la prima volta, ormai più di dieci anni fa”, rispose il veterano. Nonostante fosse un uomo forte pur avendo superato i cinquant’anni, la sua barba allora sembrava più bianca del solito. “Quando la nave del re si incagliò tra i ghiacci e venne attaccata dalla bestia. Il giorno in cui lui si meritò il nome di Calcamare. Il giorno in cui nacque il nostro ordine.” Edgar tacque.
“Il narvalo è l’unicorno del mare” disse La Fleur, citando a memoria dalle sue letture. “Eppure anche nel loro popolo vi è qualcuno di malvagio.”
“Il narvalo con due zanne era diventato il nemico personale di Gunther, da quel giorno in cui si era gettato sul mare ghiacciato brandendo la lancia per salvare il re. Sì” disse Edgar, riavendosi dal suo silenzio assorto e volgendosi di nuovo verso il cavaliere di Anguilème “L’ho visto ferito a morte dalle due zanne, coperto di sangue, correre sul mare ghiacciato con la lancia in mano contro la bestia. L’ho visto sparire tra le onde.”
“L’abbiamo cercato con le barche,” intervenne Gwenvael d’Ysengrin “abbiamo atteso che venisse fuori da qualche parte. Niente. Dove infuriava al battaglia pochi istanti prima, ora solo silenzio di tomba. Non ho mai visto il mare così immobile.”
“Così perisce, allo stesso modo in cui era nato, l’Ordine del Narvalo” disse Anguilème.
“L’ordine è nato per difendere la persona del re e servire la città di Pietravento” Replicò La Fleur, citando gli statuti di fondazione dell’anno 1220. “Ci sarà un nuovo re, e noi eleggeremo un nuovo gran maestro.”
Senza alcun rumore, Pangur, il gatto bianco che viveva nella casa capitolare, attraversò la cripta e andò ad accoccolarsi in grembo a Edgar.
“Anguilème, tu sei cugino del re, vero?” domandò Gwenvael.
“Sì, ma sono un cavaliere dell’ordine. Non posso e non voglio ambire alla corona.”
Gwenvael nascose l’ombra di un sorriso. Forse Anguilème eccedeva nei momenti di umor nero, ma dalle suo risposte ancora s’intuiva che il suo affetto per l’Ordine del Narvalo non era ancora sopito.
“Rosmaro e Aquilardo per esempio sono parenti più prossimi di re Aldenulfo. Non ho idea però di come si metteranno d’accordo.”
“Una bellissima donna la regina” commentò La Fleur, quasi assorto “eppure nessun erede diretto”. I cavalieri abbassarono lo sguardo, Edgar, seduto sulle pietre, continuava ad accarezzare il bianco Pangur.
Fu allora che la porta si spalancò con gran fracasso, facendo fare al gatto un salto di quasi dieci palmi da terra. Ciarpalìn, maggiordomo della casa capitolare, apparve da oltre la soglia, tutto rosso e sbuffante.
“Selcevecchia!” urlò “I villani marciano contro la città!”
“Dove!?” ruggì messer Guadalbec, che se n’era rimasto in silenzio per tutto quel tempo, confondendosi con le altre colonne. Ora se ne stava coi suoi due metri d’altezza e la spada già sguainata a buttare occhiate di fuoco.
“Alla porta di tramontana! La gente corre dentro dai campi e tra poco il nemico sarà sotto!”
“Sella i cavalli!” Gridò Guadalbec, “Alla porta!”
Ma i cavalli erano già sellati. Ciarpalìn come maggiordomo forse non eccelleva per buone maniere, ma di certo aveva senso pratico.
“Cavalieri!” Era Edgar, i suoi occhi sembravano i ghiacci dell’arcipelago “metà di noi vadano alla porta. Gli altri devono radunare la milizia.”
***
Le strade di Pietravento risuonavano dell’abbaiare dei cani e del battito degli zoccoli, mentre nobili cavalieri e uomini d’arme cavalcavano tutti a rotta di collo in direzione della porta di tramontana, intralciando i poveri villani che cercavano di rientrare di corsa dalle campagne per mettersi in salvo dall’esercito invasore.
Ben piantati su due grossi cavalloni, completamente corazzati e ricoperti dei loro stemmi e cimieri, due uomini se ne stavano davanti alla porta di tramontana guardando le schiere avversarie con aria torva. Ogni tanto interrompevano la loro occupazione per scambiarsi qualche parola.
“Ebbene questi ignobili non ci permettono neanche di piangere il nostro sovrano, Messer Aquilardo.”
“E il nostro congiunto, Messer Rosmaro.”
“Tanta bassezza, degna solo di Selcevecchia.”
“Epperò guardate, cugino, mettono i cavalieri in prima fila. Hanno ancora un brandello di dignità.”
“È lo straccio con cui si coprono le terga, caro cugino, niente di più.”
“E che, alla malora!” fece Aquilardo guardandosi intorno “Pietravento non ha più cavalieri da cacciar via questi ribaldi? Dovremo caricare solo noi due?”
“Non rischiate.” si sentì dire una vocina.
“Chi ha parlato?” fece Aquilardo, girandosi accigliato verso gli scudieri. Ma nessuno aveva aperto bocca.
“State attenti, signori cavalieri. Hanno anche delle brutte picche là dietro.” La voce proveniva da sotto i cavalli.
“Ma dunque!” Rosmaro volgeva gli occhi di qua e di là.
“Io dovrei chiudere la porta…”
Finalmente videro lo gnomo. Veniva avanti a capo scoperto, col berretto tra le mani nervose.
“Sarebbe meglio aspettare che siano tutti entrati e poi serrare la porta.”
Halec lo gnomo era il custode della porta di tramontana e aveva ricevuto il suo incarico dal re in persona. Se ne stava per lo più nella sua postierla, ad armeggiare con chiavi arrugginite e vecchi trabiccoli che dovevano servire per chiudere le porte. Quando veniva sera si metteva a girare una rotella grossa come un piatto e, tra tonfi e scricchiolii, gli enormi battenti si richiudevano per la notte. Per il resto non si vedeva granché in giro.
Halec il custode avrebbe voluto ammonire ancora una volta i due nobiluomini, ma in quella, con gran strepito e alzando molta polvere, sopraggiunse una disordinata turma di cavalieri, desiderosi di insegnare a quelli di Selcevecchia il fatto loro.
“Eccoci! All’arme! Alla battaglia!” urlavano tutti.
Rosmaro e Aquilardo si stavano già prodigando per mettersi a capo della schiera, in virtù della loro regale parentela, e indicavano col la spada dove dovevano schierarsi le diverse insegne.
Halec lanciava occhiate all’intorno. Niente guardie. Più nessun villano, nessuna bambinetta, né polli, né galline né oche, né buoi o asini fuori dalla città. La campagna era occupata soltanto da lunghe file di soldati che si allargavano all’orizzonte. Bagliori di elmi e armature, il tintinnare delle armi, il nitrito dei cavalli: Halec il portinaio avrebbe voluto soltanto serrare le porte davanti a tutto ciò, ma nessuno di quei cavalieri di fronte a lui gli dava retta e nessuno da dentro la città faceva arrivare ordini. Non c’era più un re. Si volse indietro un’ultima volta, gli occhi lucidi sotto le grigie sopracciglia cespugliose, e fu allora che li vide arrivare.
Giungevano al galoppo ordinati, coi cavalli bianchi tutti allo stesso passo, le cappe rosse, gli usberghi e le corazze di ferro. Alla testa della cavalcata sventolava la bandiera con le onde e il narvalo guizzante. Gli ultimi cavalieri del re giungevano sul campo di battaglia.
Rosmaro e Aquilardo, uno da destra, l’altro da sinistra, arrivarono al galoppo; probabilmente intendevano fare le loro rimostranze ai cavalieri per essere arrivati così tardi. Purtroppo per loro si trovarono davanti il gigante Guadalbec.
Nel frattempo Halec il custode si era avvicinato al cavaliere che gli pareva più ragionevole e gli stava indicando qualcosa.
“Io guiderò l’ala destra, mio cugino la sinistra” disse Rosmaro.
“Allora noi terremo il centro” taglio corto Guadalbec.
“Dieci cavalieri” disse Aquilardo, sollevando un sopracciglio.
“E dieci scudieri armati.” Guadalbec stringeva forte le redini per trattenersi. “oppure lor signori desiderano una guardia personale?”
“Siete la guardia del re, nessuno di noi due è re” rispose Rosmaro conciliante. Aquilardo annuì, poi levò la spada:
“Sarà re colui che oggi acquisterà maggior onore sul campo!” disse a gran voce.
Le grida d’esultanza dei cavalieri alle sue spalle lo accompagnarono.
“Signori cavalieri” si intromise Anguilème, sopraggiunto in quel momento “Le avete viste le picche che hanno là dietro?”
“Sono i cavalieri di Selcevecchia quelli in prima fila, le loro famiglie più distinte. Battutili, i loro villani che vi preoccupano tanto non resisteranno un attimo di più, ma fuggiranno come cani. Per Pietravento!” Gridò di nuovo Aquilardo, volgendosi per prendere posizione con gli altri.
“Tenete il centro” fece di nuovo Rosmaro “e se proprio dovete difendere qualcuno, proteggete nostro cugino Isidoro. È troppo giovane per essere qui” disse, indicando un ragazzetto in ultima fila, un tipo biondiccio su un cavallo pezzato.
Il sire di Anguilème annuì a Rosmaro, poi guardò dritto di fronte a sé, mentre i Cavalieri del Narvalo si allineavano col resto degli armati, una sottile linea di venti uomini a cavallo tra le due ali cariche di bandiere e pennoni.
“E così andiamo a morire” sospirò. Poi fu dato il segnale.
I cavalli si mossero al passo, tranquilli, nella luce serena che riempiva i prati di primavera. Decine di bandiere colorate garrivano: il delfino, l’airone, l’anguilla, stelle conchiglie, bande e fasce. Anguilème guardò in alto, allo stendardo che teneva stretto in mano, a quell’unicorno di mare che doveva proteggerlo in battaglia.
I cavalli iniziarono il trotto. Quello era il codice d’onore dei cavalieri. Avevano davanti loro pari. Era stato deciso di caricare. Si caricava tutti insieme.
Anguilème guardò di nuovo in su e questa volta scorse le frecce!
I cavalli accelerarono ancora, il trotto divenne galoppo, nessuno si volse indietro all’udire le urla e i nitriti di uomini e cavalli colpiti dai dardi. Quei vili di Selcevecchia, che altro aspettarsi.
Fu Bovesin della Guivra a muoversi per primo dallo schieramento avversario. Si staccò con la sua guardia personale, slanciati in avanti con movimento elegante. Presto lo seguirono gli altri cavalieri, Selcevecchia era pronta a scontrarsi con Pietravento.
A ormai un centinaio di pertiche dalle porte della città, quelli di Pietravento avevano le lance in resta e, dopo aver scelto un avversario di fronte a sé, si preparavano a colpirlo. In quel momento Bovesin diede l’ordine convenuto. Aveva fatto preparare a lungo la sua cavalleria e l’aveva munita di nuovi cavalli stranieri, belli e agili e pure furbi. Anni dopo i Pietraventini si chiedevano ancora come aveva fatto Bovesin a far eseguire quella manovra. Sta di fatto che in quel momento i cavalieri di Pietravento alla carica si videro gli avversari volgere loro le spalle improvvisamente e ripiegare in fretta dietro le loro fanterie, attraverso varchi nello schieramento che i fanti richiudevano subito.
Anguilème, Guadalbec, Rosmaro, Aquilardo, Isidoro e tutti gli altri cavalieri guardarono davanti a sé e non videro più i loro nobili avversari. Ora c’erano solo i villani appiedati di Selcevecchia, che calavano verso di loro picche lunghe dieci braccia. Poi, per cavalli e cavalieri fu un disastro.
***
Guadalbec digrignò i denti e buttò fuori un ringhio belluino. Gli ammazzavano il cavallo. Non solo lo privavano del piacere di una gloriosa cavalcata contro le schiere nemiche, quei vili gli volevano pure ammazzare Valanga, il cavallo bianco dono del re. Avrebbe desiderato schiantarsi comunque contro quella siepe di picche, a folle velocità, accadesse pure quel che doveva accadere. Ma come in tutti i frangenti del genere, quando stava per prendere decisioni pessime, a Guadalbec tornò in mente lei, con i suoi occhi colore del mare settentrionale, e una sorta di limpida freddezza scese su di lui.
A pochi passi dalla prima picca ringhiò un’altra volta, tirò le redini con tutte le sue forze e gridò “Smontare! Smontare!”
Tutt’intorno i cavalli si infilzavano sulle picche, inciampavano e cadevano addosso ai loro cavalieri. Quelli che si fermavano venivano travolti e sospinti in avanti dal rango posteriore, schiantandosi contro le lunghe lance. La sottile linea di venti cavalieri riuscì in qualche modo, incespicando e facendo qualche giravolta, a fermare i cavalli prima della catastrofe. Bovesin della Guivra aveva addestrato con gran cura le sue fanterie, e così i soldati delle prime file, ben rinchiusi nelle loro brigantine e mezze armature, se ne stettero immobili a tenere la posizione, con le armi piantate in avanti, in attesa dell’ordine di avanzare.
Anguilème non perse tempo. Smontò con la bandiera in mano, gridando agli scudieri:
“Raimon, Alboino, Goffredo! I cavalli! Tenete i cavalli e state pronti a buona distanza!” Quando si girò, gli ultimi Cavalieri del Narvalo stavano spezzando il fondo delle lance per poterle usare nel corpo a corpo. Il resto aveva sguainato le spade e imbracciato gli scudi e tutti seguivano Guadalbec, che guidava la carica degli appiedati mulinando a due mani la sua spadaccia, alta almeno quanto Anguilème stesso.
Urlando come un ossesso, determinato a far pagare caro a Selcevecchia il suo tiro infingardo, il gigantesco cavaliere scostava in qua e in là le punte delle picche con ogni colpo dello spadone. Sopraggiungendo di corsa, il resto dei cavalieri si incuneò nello schieramento nemico. Anguilème si guardò attorno. I suoi commilitoni avevano istintivamente fatto formazione attorno allo stendardo dell’ordine. Sulla sinistra la bandiera di Aquilardo non si vedeva da nessuna parte, quella di Rosmaro sulla destra si agitava ancora disperatamente. Tra i ranghi della fanteria ora si facevano largo alcuni armati di ronconi e alighieri, che usavano per abbrancare i Pietraventini rimasti ancora in sella e trascinarli al suolo. Altri soldati si avventavano con lunghe daghe sugli uomini d’arme atterrati e, trovato uno spiraglio nell’armatura o nell’elmo, li pugnalavano con perizia assassina.
Così, mentre il dente del narvalo trafiggeva pian piano le squame dell’orrido dragone di Selcevecchia, tutt’intorno il resto della nobiltà Pietraventina moriva la morte dei topi e i sopravvissuti strisciavano come vermi insanguinati.
Lo sguardo di Anguilème cadde su un cavallo pezzato, riverso a terra, una specie di ronzino che tentava di rialzarsi. Da sotto la sua pancia veniva fuori, a carponi, un ragazzetto biondiccio. Isidoro!
“Rainardo” gridò al suo scudiero in ultima fila “tiralo fuori da lì, portalo dentro alla formazione!” Di nuovo Anguilème si guardò attorno, aggrappato all’asta della bandiera. Anche lo stendardo di Rosmaro pareva scomparso, delle due ali di cavalleria non restava niente, se non qualche animale in fuga. In prima fila Guadalbec era ferito in più punti e i suoi compagni iniziavano a proteggerlo con gli scudi. Le fanterie di Selcevecchia avevano cominciato ad avanzare e il cuneo di cavalieri del Narvalo si era stupidamente incastrato nello schieramento nemico, pronto per essere accerchiato, ormai troppo lontano perché gli scudieri coi cavalli potessero fare qualcosa. Più avanti, oltre le file di soldati nemici, le bande di cavalleria di Selcevecchia si erano riorganizzate in fretta, e ora abbandonavano quasi tutte il campo di battaglia, muovendo verso levante. Verso il mare.
Anguilème era stanco, stanco di stare aggrappato a quella bandiera, stanco di non capire. Era una battaglia insensata e la loro fine inutile. Tenne lo stendardo nella sinistra e sguainò la spada.
“Sono qui, signore” era la voce ansante di Rainardo. Anguilème si volse, lo vide, accanto a lui il giovane. Sembrava in grado di reggersi in piedi, di tenere in mano la spada. Bene, sarebbe morto con tutti gli altri, sotto la bandiera di quello stupido pesce. Anguilème non aveva forza per rispondere, non aveva parole. Gli uscì un verso, una sorta di “Eeh”.
Poi, oltre la spalla di Isidoro, scorse le porte aperte della città.
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Il primo a uscire fu La Fleur
“Giuro di difendere, con la mia vita e il mio onore, la città di Pietravento.”
“Lo giuro!” risposero forte centinaia di voci.
“Giuro di portare, con rispetto e virtù, queste insegne che il re e la città mi hanno dato.”
“Lo giuro!”
“Giuro di proteggere, fino all’ultimo respiro, la pietra, la vita di Pietravento, e tutto ciò che è buono e santo.”
“Lo giuro!” gridarono all’unisono, un’ultima volta, gli uomini che in quel momento uscivano a passo di marcia dalla porta di tramontana.
Halec lo gnomo li fissava con occhi lucidi. Mille uomini in armi, La Fleur, il cavalier Edgar, a piedi come tutti gli altri, capo scoperto, sguardo di ghiaccio e nella sinistra lo scudo ornato dalla figura del narvalo, con loro il resto dell’ordine e dei suoi armati, e poi cavalieri spiantati e senza cavallo ma soprattutto un gran numero di cittadini, che portavano picche, alabarde, lance, spade e scudi, seguiti da bande di arcieri e balestrieri. In mezzo a quella selva sventolavano l’azzurra bandiera della balena, stendardo del re, e la bandiera della rondine. Era stato Gunther Calcamare, consigliere ma soprattutto amico del re, a convincerlo a costituire un corpo permanente di liberi cittadini per difendere Pietravento. E così, al rullo del tamburo, con le insegne spiegate, avanzava sotto i bastioni l’ultimo dono che il gran maestro Gunther aveva fatto alla città da lui amata: la regia milizia cittadina scendeva per la prima volta sul campo di battaglia.
***