L’assedio di Pietravento – decima parte

Il Cerchio dei Re

Il Cerchio dei Re era un anello di pietre dritte, non particolarmente imponenti, anzi basse a dire il vero, su una collina, o meglio un’altura dolce in mezzo alla campagna della Marca. Quando ci arrivarono, i clan erano evidentemente già riuniti.

“Sono tutti qua” notò Isidoro.

“Certo, loro si sono messi in viaggio mentre noi dovevamo girare i villaggi per dare la notizia.”

Isidoro stava già per chiedere se non sarebbe stato meglio inviare dei messaggeri e poi aspettare tutti i clan al Cerchio, invece di fare personalmente il viaggio loro due, ma si rispose da solo che probabilmente c’era qualche legge nella Marca per cui la notizia la dovevano portare per forza loro, e lasciò perdere. Arrivarono per ultimi, con la gente di Ysengrin che li seguiva suonando le zampogne, in arcione addirittura a due belle mule.

La gente silenziosa che avevano visto per i villaggi occupava ora la campagna in assetto di guerra. Impugnavano lance, spade, asce, giavellotti e piccoli scudi dipinti. Alcuni portavano giubbe imbottite, elmi e cotte di maglia di una foggia che a Pietravento non si vedeva più da anni. Isidoro udiva il vociare di quei guerrieri nella conca tra le colline, come un rimbombo di onde sulla scogliera.

“Abbiamo un esercito per Pietravento.”

 “Non è detto che si siano armati per venire a combattere con noi. Potrebbero anche mettersi a combattere tra loro. Dipende.” Fece Gwenvael, scendendo dalla mula. Prima di lasciare il suo feudo, dove tutti lo avevano accolto con affetto e gentilezza, si era gettato sulle spalle un vecchio mantello multicolore, con il bordo di frange, come quelli che portavano i capiclan della Marca. Isidoro aveva strabuzzato gli occhi davanti all’aspetto a metà tra il cittadino e il selvaggio di Gwenvael, ma ora si rendeva conto che l’unico ad apparire veramente estraneo era lui.

Isidoro smontò, imitando il signore d’Ysengrin. Lui gli diede la briglia della propria mula, si sfilò la spada dalla cintola, lo fissò, sorrise e gliela mise in mano, come se fosse il suo scudiero. Poi si avviò verso il cerchio di sassi, accompagnato da un vecchio coi capelli lunghi ai lati del cranio e completamente calvo sulla sommità, lunghi baffi grigi e spioventi che scendevano sotto un naso adunco. A quanto aveva capito era il bardo, lo scrivano, l’attendente del suo feudo. Isidoro si guardò intorno. Il resto del seguito se ne stava giù, tra la folla; solo i capi clan e i loro bardi e ufficiali salivano al Cerchio. Sentì le voci dei guerrieri alle sue spalle, qualcuno fece una battuta che non riuscì a capire, risate tutto intorno a lui.

Quella folla torreggiante lo soffocava. Scorse dello spazio vuoto vicino a una quercia solitaria. Non era troppo distante né troppo vicina, ma nessuno nei paraggi sembrava averla considerata. Prese le due mule e vi si diresse, evitando gli sguardi della gente.

I capi avevano confabulato tra loro nel cerchio di pietre. Sulla folla ancora aleggiava un leggero mormorio, ma quando gli uomini dai mantelli variopinti sciolsero il capannello in cima alla collina, il silenzio calò sulla vallata. Ora i capi e i loro bardi stavano seduti ai bordi dell’anello di pietra, al centro restava in piedi un uomo solo.

Alzò le braccia e il manto ondeggiò alle sue spalle.

“Popolo della Marca”

Era Gwenvael d’Ysengrin. Dalla sua posizione sotto la quercia solitaria Isidoro lo scorgeva distintamente e poteva udire ogni sua parola.

“Sono qui tra voi come vostro conterraneo, e porto un messaggio da vostri conterranei! Lo so bene!” aggiunse alzando la mano “Ci sarà tra voi chi dice: ‘cos’ho io da spartire con la gente di Pietravento? vivono in città, hanno costumi diversi e le leggi del Re non sono le leggi della Marca.’ Certo! ma siamo legati a loro da un legame ben più antico: tutti voi ricorderete infatti Borvo, re dei nostri padri, di cui ancora i bardi cantano le gesta. Fu lui a trovare per primo la sacra Pietravento, sulla cima della collina che guarda il mare. Fu lui che ritenne giusto stabilire una città lì, intorno alla sacra pietra, una pietra benedetta, poiché portava buon vento ai naviganti che la toccavano prima di solcare le acque. È chiaro a voi tutti che il saggio Borvo riconobbe in essa benedizioni provenienti da poteri che nessuno di noi può negare, poteri di cui tutti qui, uomini, donne, bambini, ben comprendiamo l’origine.”

La gente era completamente in silenzio.

Gwenvael gettò uno sguardo, uno solo, verso la quercia.

“Ebbene fu Borvo che stabilì la città di Pietravento: senza quella sua decisione ora non parleremmo nemmeno della famosa navigazione del santo Ronan, e la gente della Marca si sarebbe dimenticata tutte le storie del mare, della città sommersa e delle isole beate, alcune delle migliori leggende che abbiamo. Dunque, se re Borvo fu padre della nostra gente come pure di quella di Pietravento, vedete bene che i nostri due popoli sono fratelli e siamo uniti a loro da legami ancor più antichi di quelli dei nostri stessi clan.”

“Accade ora che Pietravento sia in pericolo, le sue mura cinte d’assedio dai suoi peggiori nemici. E chi può del resto tollerare la slealtà di Selcevecchia, città di traditori, che ha mosso guerra ai nostri fratelli nel momento del pianto. Sì, avete ben capito! Giacché neanche Roy il Rosso attaccò i suoi nemici il giorno della veglia funebre e della sepoltura del loro genitore, e avrebbe ben potuto farlo. Costoro invece, pur essendo superiori di numero, hanno atteso di colpire allorché Pietravento si trovava privata del suo padre e del più forte dei suoi guerrieri.”

“Solo così quei codardi hanno potuto avere la meglio, e ora, sconfitti i cavalieri sul campo, pongono assedio alle mura. Veri guerrieri, come coloro che adesso mi stanno dinnanzi, non si porrebbero alcun problema: ‘Andiamo alla battaglia, in soccorso dei nostri fratelli’ – ma già so che qualche voce insidiosa inevitabilmente vi giungerà alle orecchie: ‘Perché rischiare la vita per la città del re? Cosa ne sa della vita alla Marca la città sul mare, che vive negli agi?’. Ebbene, se ancora il ricordo della comune stirpe non basta a smuovere gli indecisi e a far tacere le voci dei dubbiosi, che si consideri questo: cosa farà la perfida Selcevecchia una volta presa per fame la città dei nostri fratelli e sorelle? Si accontenterà forse di questa vendetta? Le basterà forse saziarsi del sangue d’infanti e fanciulle?”

“No fratelli miei, piuttosto volgerà gli occhi a oriente e porterà la guerra anche a questa nostra Marca. I re di Pietravento sempre garantirono e difesero la nostra libertà, e il nostro braccio valoroso garantì a loro molte vittorie. Gente della Marca: la battaglia con Selcevecchia sarà inevitabile, siate voi pertanto a decidere il campo, a portare lo scontro a loro, salvando quindi la vostra terra e nel contempo la nostra città sorella!”

Probabilmente troppo enfatico, pensava Isidoro, di sicuro troppo lungo, però le argomentazioni parevano ragionevoli. L’effetto che sortivano le affermazioni ragionevoli su quel pubblico non era però chiaro, e anche l’oratore, terminato il discorso, scrutava gli uditori con aria dubbiosa. Soli sotto l’albero,  Isidoro e le mule guardavano la folla che pian piano rompeva il silenzio. Tra il mormorio generale ogni tanto qualche sguardo vacuo cadeva su di lui. Qualcuno scorgendo il giovane lo indicava col dito ai propri compagni, ma nessuno diceva nulla.

“D’accordo, ma chi guiderà l’esercito?”

La voce proveniva da un personaggio anziano e con l’aria imperiosa, che però stava in mezzo alla gente e non tra i capi in cima alla collina.

“Caradec!” si alzò subito un coro di voci, cui in risposta:

“Ladro di vacche!”

Qualcuno tentò la conciliazione, prima che le mani corressero subito alle armi.

“Kernan il saggio, del Clan delle Isole”

In quel posto lontano miglia e miglia dal mare non poteva certo mancare un Clan delle Isole.

“Kernan è troppo vecchio.”

Ysengrin dalla sua posizione sopraelevata principiava ad assottigliarsi, prima che a qualcuno venisse in mente di proporlo e qualcun altro tirasse in ballo i furti di bestiame. 

“Gwenvael d’Ysengrin ruba le vacche, e adesso anche gli asini!”

Troppo tardi.

“Cosa dici, cane!?” L’intero seguito del cavaliere aveva sguainato le armi.

“Guardate là!” era la sprezzante risposta.

“Fermi!” Gwenvael scendeva dalla collina a passi lunghi, con le braccia levate come ad arrendersi “Fratelli, amici, aspettate, ascoltatemi!” disse facendosi largo in direzione di Isidoro.

“Ascoltate, ve ne prego, non me, ma questo giovane, che viene da Pietravento.”

Il cavaliere ma era riuscito a superare la folla indenne anche se aveva perso il mantello. Si fermò a pochi passi dalle chiome della quercia. Aveva lo sguardo sbarrato di uno che sta per essere impiccato. Chiunque, anche chi prima non l’aveva notato, ora fissava Isidoro.

Nessuna battuta, nessuna risata. Il silenzio era assoluto.

Isidoro lanciò uno sguardo di supplica e di disperazione a Gwenvael. Quello, come se fossero state le sue ultime parole, ma non senza una certa gentilezza, disse:

“Parla Isidoro. Parla di Pietravento.”

“Io…” fece Isidoro, gli occhi bassi. Poi alzò la voce e proseguì: “Io ho combattuto davanti alle mura di Pietravento. Mio cugino è morto in battaglia, era un grande cavaliere. Tutti i nobili della città sono morti. Io mi sono salvato solo grazie ai cavalieri del Narvalo. Tutti intorno a me erano morti, io ero schiacciato sotto il mio cavallo.”

Così li stava solo demoralizzando, non li avrebbe mai convinti. Non aveva una storia diversa da raccontare però.

“Gli abitanti di Pietravento sono coraggiosi, e amano la loro città. Ma non sopravviveranno se l’assedio durerà tanto. Io non so che altro si possa fare. Siete l’unico soccorso possibile. Forse si può colpire il nemico un po’ alla volta, o di notte, o…”

Non era uno stratega. Non aveva idea di quante speranze avesse quella massa di guerrieri semi selvaggi con vecchie armature. Sentì gli occhi inumidirsi, la voce che si stava per spezzare. Tanti lo fissavano come se avessero visto un fantasma. Inspirò a fondo, alzò lo sguardo.

“Non potete trovare qualcuno che guidi l’esercito? Io non so… non potete far decidere alle Fate?”

Sulla piana in cui sorgeva il Cerchio dei Re calò il gelo. Centinaia di persone, di sicuro tutti quelli che dalla quercia avevano udito le sue parole, in un istante sbiancarono in volto. Anche i più distanti, persino chi non aveva udito quelle ultime sillabe percepiva perfettamente, dal clima circostante, cos’era accaduto.

Isidoro se ne rese conto. Un velo trasparente gli scese sugli occhi, ma le lacrime non scivolarono giù. Non sentì più il cuore. La pancia era un buco.

In tutto questo non poteva chiaramente accorgersi che, nonostante fosse primavera, una foglia si era staccata dalla quercia sotto cui stava e, cadendo in una lenta spirale, era andata a posarsi esattamente in mezzo alla corona dei suoi capelli biondi.

***

2 commenti

  1. Finalmente dopo qualche capitolo troppo breve una storia sugosa! Letta con vero piacere ma ora un la curiosità mi attanaglia, qual è l’origine del nome del Clan delle Isole?

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