L’assedio di Pietravento – nona parte

I clan sono convocati

A Isidoro sembrava di capire che nella Marca delle Fate le domande non ricevevano una risposta chiara. Quando la ricevevano non era mai diretta. A quanto pareva, la gente di Cruach ce l’aveva a morte con quelli di Ysengrin, perché, nei tempi remoti in cui la gente di Cruach ancora non abitava a Cruach, costoro avevano perso una mucca, che vagando nella nebbia era finita nei campi di Ysengrin, e quegli altri se l’erano tenuta. Ysengrin sosteneva che la mucca fosse andata da loro di propria spontanea volontà – la mucca tra l’altro aveva passato il resto dei suoi giorni pascolando pacificamente nei campi d’Ysengrin – ma Cruach considerava la cosa un furto, e stando ai codici d’onore e alle leggi che i bardi della Marca si tramandavano oralmente, quelli di Cruach avrebbero dovuto vendicarsi. A dirla tutta, non l’avevano mai fatto, rimandando la cosa di generazione in generazione. Solo che, sempre secondo le leggi della Marca, una vendetta rimandata aumentava di entità per ogni generazione che passava, e per come stavano le cose a quei tempi, la gente di Cruach aveva il diritto, nonché il dovere, di far fuori il Signore d’Ysengrin in persona. Se non che, Gwenvael d’Ysengrin era di ritorno da Pietravento. E per quanto la gente della Marca considerasse in qualche modo disdicevole abitare in città, nondimeno aveva un rispetto quasi sacro per Pietravento, perché ben conoscevano la leggenda secondo cui la città fosse sorta attorno a quel magico menhir sulla collina che portava il buon vento ai naviganti. A dire il vero, in quell’anno 1234, come pure a tutt’oggi, nessuno sa dove stia di preciso quel menhir, la famosa Pietravento, ma tutti, in città e fuori, dicono che una delle pietre che lastricano la piazza centrale, non si sa quale, sia la cima del menhir, che si rifiuta di sprofondare, e solo quando la cima della Pietravento sarà scomparsa allora anche per la città sarà la fine. Ad ogni modo, sarebbe stato particolarmente disdicevole per la gente di Cruach far fuori un uomo che, potenzialmente, aveva posato lo sguardo sulla sacra Pietravento. Per cui si trovavano in quello spiacevole garbuglio di leggi in aperto contrasto l’una con l’altra. Gwenvael d’Ysengrin pensò bene di non lasciar loro troppo tempo per trovare una soluzione. Fu così che, per una sola notte, lui e Isidoro rimasero ospiti, al caldo e ben rifocillati, presso dei nemici. Durante la cena, Gwenvael, che masticava bocconi eccessivamente piccoli e beveva a sorsi decisamente sospettosi, disse a quello che doveva essere il capo del villaggio:

“C’è la guerra. I clan sono convocati. Ci vediamo al Cerchio dei Re.”

La mattina dopo se ne andarono prima dell’alba, senza che nessuno li svegliasse e senza salutare alcuno.

La cosa continuò così per diverso tempo. Isidoro seguiva Gwenvael di villaggio in villaggio, alcuni lieti, alcuni meno, in mezzo a questa gente semibarbara e dagli strani costumi, e ogni volta il messaggio era che c’era la guerra, e tutti erano convocati al Cerchio dei Re. Quando Isidoro scoprì che, nonostante il nome, non esisteva nessun re nella Marca, non fu neanche troppo sorpreso.

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