La spedizione alle sorgenti

La creatura della Valle ***, fotografia dell’amico Francesco, o dottor Franz

Da qualche settimana non ci sono storie da Pietravento. Molte cose accadono, pazientate ancora un poco. Nel frattempo vi lascio questa storia che avevo scritto l’estate del 2020. Si tratta di una passeggiata con un amico in una valle qui vicino, ri-raccontata come un’avventura nello stile “Mondo Perduto”.
Per favore ricordate che certi luoghi non sono fatti per il turismo di massa, ma per un’accoglienza diffusa, leggera e sostenibile. Informatevi prima delle vostre escursioni e rispettate i luoghi che visitate. Grazie.


I primi raggi del mattino avevano appena iniziato a ridiscendere il versante della valle e io percepivo la brezza fresca accarezzarmi il volto mentre sfrecciavo col mio velocipede verso il campo base. Nella luce nitida del mattino scorsi una figura alta, dinoccolata, dalla carnagione decisamente mediorientale che aspettava in fondo al sentiero.
Smontai.
“Dr. Franz, suppongo.”
Il dr. Franz, amico di lunga data, salutò con un cenno e inforcò il suo mezzo, giunto di recente con la posta da Parigi. Era deciso, quel giorno avremmo finalmente raggiunto le leggendarie sorgenti della Valle ***. Nella Società Geografica non si parlava d’altro, ma nessuno le aveva viste. Attraversammo gli sparuti villaggi della valle, ancora assopiti, e costeggiammo il rivo mormorante. Poco più avanti un posto di blocco della milizia. La Valle era ormai da tempo minacciata da orde barbariche, i figli dei tempi moderni, le pacchiane famiglie borghesi e i loro incolti lacchè, affamati di turismo. La gente del posto era insorta e tentava di bloccare ogni accesso alla valle. Superammo agilmente i chiodi sparsi per terra e mostrammo i passaporti falsi ottenutici da una duchessa alla corte dello Zar.
Finalmente l’accesso era libero, giungemmo all’imbocco. Era incredibile. La Valle *** sembrava tornata al suo stato primigenio. Solo un paio di visitatori, inglesi – lo intuimmo da come pronunciavano il nome del posto – un tale Livingstone, ma li depistammo facilmente raccontandogli di aver avvistato l’Abū Lahīb, l’unico animale a usare il fuoco, poco più a valle. Sciocchi! tutti sanno che l’Abū Lahīb vive nelle paludi del Nilo.
Il sentiero era tutto per noi. Attraversammo i boschi, i versanti scoscesi, le rupi da cui cascate limpidissime si gettavano in levigate vasche cristalline. I lampi di magnesio si elevavano in nubi di fumo ogniqualvolta il mio collega si fermava a documentare fotograficamente la spedizione. Fin’ora era terra mappata. Ma arrivammo al confine. Con fatica, solo grazie all’intuito e all’esperienza del dr. Franz trovammo una tenue traccia, ultima indicazione di un’antica pista che un tempo conduceva alle misteriose sorgenti. La perseguimmo, inerpicandoci sui lati della valle dove in epoche remote nidificavano gli eudimorphodon. Quello che ci si aprì davanti agli occhi era un mondo nuovo, come una seconda Valle ***, un paradiso che credevamo incontaminato, fino a che non trovammo le tracce. Inizialmente sembrava qualche percorso battuto dagli animali, qualche sasso messo qua e là. Poi fu inequivocabile: quella che riscendeva davanti a noi verso il cuore della valle doveva per forza essere una scalinata. Tracce di una civiltà! Erano esistiti dunque antichi frequentatori di quel luogo che conoscevano l’ubicazione delle sorgenti! Proprio mentre il dr. Franz si fermava a fotografare la scalinata scorgemmo un’ombra stagliarsi dentro una chiazza di sole che filtrava tra la vegetazione. Era dietro di noi, più in alto. Aveva una testa tonda, due lunghe braccia scimmiesche levate in alto e sembrava alzarsi e abbassarsi in una buffa danza: era umana? Ci voltammo. Troppo tardi.
Proseguimmo col cuore colmo di dubbi, che aumentarono allorché vedemmo il torrente scomparire senza alcun preavviso. Semplicemente oltre una certa altezza l’acqua non c’era più, al suo posto solo un letto vuoto.
“Ancora un po’ e al campo base saranno in allarme” notò il mio collega “ma siamo in dovere di proseguire”.
Forse era vero, forse le sorgenti non esistevano. Avanzavamo senza più udire il confortante scorrere delle correnti, in un paesaggio prosciugato, alieno. Su un masso un’altra commovente traccia: una scena della Natività! Allora il luogo fu frequentato in più epoche storiche. Poi la speranza si riaccese. Le prime erano solo pozzanghere, poi piccole pozze d’acqua stagnante, infine il laghetto di smeraldo!
Eravamo entusiasti, ma la valle non pareva ancora finita e nessuna traccia delle sorgenti. Avevamo esaurito le scorte, avevamo precise istruzioni dal campo base e non scordavamo quella presenza semi-umana che per un attimo si era palesata dietro di noi.
A malincuore tornammo indietro, riattraversando tutta quella meraviglia, felici di averla potuta contemplare.
Quando ritornammo alle terre mappate il sole era ormai alto. Di fronte allo spettacolo che si delineava non potei trattenermi: la valle era stata invasa. Indossavano vestiti troppo aderenti per le loro pance strabordanti, strillavano, immergevano nelle acque fresche i loro feticci fatti di lattine di birra e bottiglie. I turisti stavano per dar vita al loro indicibili riti.
Ripensai a quella terra incontaminata, quelle tracce di antiche civiltà, quella bellissima creatura che danzava come un babbuino davanti a noi. Stavo per imbracciare il fucile, ma il dr. Franz mi trattenne. Non avevo abbastanza proiettili pensavo io. Ma quello che voleva dirmi era che loro erano persone come noi. Aveva ragione.
Ripartimmo, dopo aver consigliato a tutti di andare a vedere l’Abū Lahīb più a valle, che era molto più interessante.
Tornammo al campo, ci salutammo come fratelli. Più tardi nella quiete del mio studio fui raggiunto da un telegramma: “Ho consultato le mappe e le testimonianze degli esperti. Non solo abbiamo trovato le sorgenti: le abbiamo superate!”

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