La porta di levante
Seduto contro un muro alla porta di levante, respirando piano al ritmo delle onde, il cavaliere di Guadalbec si perdeva con lo sguardo nel mare, oltre la spiaggia del porto. Era coperto di bende. Qualsiasi movimento gli dava dolore. Ascoltava le onde, inspirava l’aria salata.
Di lontano si vedevano agitarsi piccoli soldati e bandiere nemiche che occupavano il litorale. Guadalbec staccò lo sguardo dall’orizzonte e lo posò sui volti dei compagni che stavano assieme a lui sul bastione. Anguilème, La Fleur, Edgar, Gwenvael. Sorrise, i suoi amici ricambiarono debolmente. Era pallido.
“Vecchio amico” fece Gwenvael d’Ysengrin “sei fatto di roccia!”
Guadalbec sorrise di nuovo, tentò anche di ridere, ma fu scosso da una fitta e tossì dolorosamente. I suoi compagni gli porsero dell’acqua e lo aiutarono a sedersi meglio.
“Grazie” disse poi “a tutti voi.” Guardò di nuovo la spiaggia. “Cosa è successo?”
“Siamo usciti con la milizia” rispose di nuovo Gwenvael “Edgar, La Fleur e gli altri sono corsi per la città a radunarla. Abbiamo fatto più in fretta che potevamo ma i nobili di Pietravento si erano già buttati alla carica senza attendere ed eravate rimasti veramente in pochi quando siamo arrivati.”
Guadalbec doveva aver perso molto sangue perché a quel punto non si ricordava più nulla. I suoi commilitoni lo avevano raccolto dietro agli scudi, ridotto a un puntaspilli, e cercavano di stringersi intorno al vessillo del Narvalo, raccontava Gwenvael.
Al suono di corni e tamburi la regia milizia cittadina aveva accelerato il passo subito fuori dalle porte della città, rallentando per un attimo l’avanzata delle fanterie nemiche, sorprese da quella sorta di minaccioso porcospino gigantesco fuoriuscito dalle mura cittadine.
La milizia muoveva dritta verso lo schieramento avversario, mentre alcune veloci squadre di spadaccini e arcieri si staccavano per sopraffare i nemici più isolati e raccogliere gli amici sopravvissuti. Fu una di quelle squadre, guidata proprio da Gwenvael d’Ysengrin, a raggiungere i cavalieri del Narvalo superstiti prima che il grosso della milizia impattasse contro la schiera nemica.
Edgar sapeva che la milizia da sola non avrebbe potuto fermare l’intero esercito di Selcevecchia. Nonostante l’ottimo addestramento impartito da Gunther, si trattava pur sempre di artigiani e contadini, non soldati di mestiere. Per questo, dopo il primo scontro, aveva dato il via a una lenta e lunghissima manovra di ritirata. Mentre i gruppetti di guerrieri più agili si davano il cambio nel trascinare via i pochi superstiti e nel bersagliare il nemico, rallentandone l’avanzata, il grosso istrice rinculava pian piano verso la sicurezza delle mura cittadine. Per tutto quel tempo Edgar era rimasto in prima linea, dando ordine di ripiegare solo dopo essersi personalmente assicurato di aver steso i migliori, o almeno i meno peggiori tra i cavalieri di Selcevecchia.
Halec lo gnomo aveva cainato non poco quando si era trattato di tenere aperta per un’altra volta la porta di tramontana, permettendo a tutte le truppe di rientrare, prima che anche il nemico, che stava loro praticamente addosso, fosse dentro.
A quel punto tra le fila avversarie era comparso il comandante nemico, Bovesin della Guivra in persona. Con la sua infida manovra di cavalleria, spiegò Gwenvael, aveva portato tutti i suoi cavalieri a occupare il porto di Pietravento, che a quel tempo non era ancora congiunto alla città dalle lunghe mura che si vedono oggi. Una volta assicuratosi di aver tagliato la città da qualsiasi possibilità di rifornimento e di contatto col mare, per lei così importante, Bovesin se n’era tornato a controllare come si diportavano sul campo i suoi. Quando era sopraggiunto alla porta di tramontana, a capo scoperto, sulla sua cavalluccia bianca, c’era Edgar da solo davanti alle porte, lo scudo ridotto a una tavola lacera e sbrecciata, con numerose frecce conficcate dentro, mentre spingeva indietro le punte delle lance nemiche e intanto urlava come un disperato di chiudere le porte. Halec lo gnomo si mangiava le mani, Anguilème aveva le lacrime agli occhi, i cavalieri del Narvalo ancora in piedi davano l’addio con lo sguardo al loro confratello, quand’ecco che dalle fila di Selcevecchia giunse l’ordine di fermarsi. Era Bovesin della Guivra che da sotto le sue sopracciglia scure, con occhi altrettanto scuri fissava Edgar. Si toccò la fronte e chinò il capo, salutandolo da cavaliere.
La città quella sera era folle, mentre tutti si preparavano all’assedio. C’era chi diceva che Edgar aveva salvato la città e già lo chiamava col nome con cui poi fu ricordato, “Fieroscudo”. Altri malignavano sul gesto di Bovesin, sostenendo che fosse la prova di un accordo segreto col cavaliere di Pietravento. C’erano alcuni che volevano scogliere seduta stante l’Ordine del Narvalo, altri che chiedevano di consegnare le chiavi della città – e furono picchiati – ma altri ancora dicevano che, se mai qualcuno di Selcevecchia fece qualcosa di buono, quello fu Bovesin della Guivra, quando salutò con rispetto, da cavaliere, il suo avversario Edgar Fieroscudo.
Le onde mandavano riflessi color rame, l’aria del giorno aveva una sorta di malinconia violetta.
“Che ore sono?” chiese Guadalbec.
“È quasi il tramonto” rispose Edgar.
“Mi sono perso tutta la giornata?” provò a chiedere il cavaliere ferito.
“Prima dell’alba hanno provato ad attaccare: un gruppo di Selcevecchiesi, al bastione della Carretta.” Riprese Gwenvael. “Venivano su dalla zona degli orti, ma li ha visti Margherita la fornaia, che si è messa a chiamare gente e a picchiarli con il mattarello. Una baruffa splendida. Per il resto non ti sei perso nient’altro. Il nemico se n’è stato buono, a scavare trincee tutto il giorno. La gente in città litiga per il comando.”
Guadalbec digrignò i denti. Neanche di fronte al disastro quella città riusciva a stare unita?
“Ma sembra che sia stato trovato un accordo. I capi delle Arti e delle Corporazioni cittadine si sono ripartiti i compiti. Gli ufficiali della milizia sono gente affidabile, loro concittadini. Noi dell’ordine si partecipa al consiglio di guerra insieme agli altri e ci si attiene alle decisioni.”
“Bene” fece Guadalbec, l’espressione del volto che si distendeva per un attimo.
Poi tornò a guardare il mare di rame, il viavai di piccole ombre nere di uomini e cavalli sulla spiaggia. Guardò, sospirò e non disse niente. Perché la città avrebbe certo resistito, i suoi abitanti sarebbero stati coraggiosi, le provviste potevano durare per un po’, ma l’esercito di Selcevecchia era grande, il più grande che si fosse visto da molto tempo, e poteva starsene seduto lì, sulla spiaggia e attorno alle mura, e a Pietravento non sarebbe arrivato più soccorso, né cibo, e prima o poi sarebbero stati sconfitti.
“Questa notte Gwenvael va a cercare aiuto” disse Edgar con calma.
Guadalbec fissò lo sguardo sull’amico. “Vado alla Marca delle Fate” disse quello, mettendo su il suo solito ghigno. “Sono Signore d’Ysengrin dopotutto, la gente là ancora mi ascolta. E quelli della Marca amano menar le mani.”
“Come farai a passare?”
“Ho parlato con gli gnomi della città. Ci sono certi cunicoli. Stanotte esco da sud.”
Al che Guadalbec fece una faccia perplessa, perché la Marca delle Fate era a occidente, ma evitò di far domande, sia perché Gwenvael d’Ysengrin se ne usciva sempre con dei piani astrusi, che all’inizio capiva solo lui, sia perché in quel momento gli faceva male parlare troppo.
“Tra gli accampamenti nemici a sud abbiamo visto alcune bandiere della città di Bottafoco.”
Guadalbec era ancora più perplesso, perché Bottafoco era sempre stata in buoni rapporti con Pietravento. Rinunciò a fare la faccia perplessa, perché ormai era doloroso pure quello.
“Mercenari probabilmente” disse il cavaliere d’Ysengrin “o gente obbligata da qualche giuramento. Comunque gente che non ce l’ha troppo a morte con noi. Lì per riempire i loro ranghi e guardare le retrovie e i punti meno pericolosi. E si dà il caso che sappia la loro parola d’ordine, perché” fece Gwenvael, cercando di evitare all’amico ulteriori, dolorose perplessità “ho parlato con un arrotino che viene da Bottafoco, e che conosce tutti gli strani gerghi e le parlate di quella gente errante. Uno di quelli che durante gli assedi fanno la spola da uno schieramento all’altro, e che tutti lasciano stare. Per qualche moneta ha detto cose interessanti. Quindi stasera me ne vado fuori, passo da sud, allungando la strada per le campagne e poi raggiungo la Marca, attraverso boschi e villaggi, mando gente di Ysengrin a radunare tutti i clan sotto le armi, e torno il prima possibile.”
“Bene.” Disse di nuovo Gauadalbec. Respirò, sorrise. C’era ancora speranza.
“Ci vediamo presto” disse Gwenvael tendendo la mano al suo amico.
“Ti aspetto” rispose Guadalbec, stringendola debolmente “Stai attento.”
A quel monito Gwenvael avrebbe risposto come al solito, con la sua espressione sorniona: “Un mio antenato ha sposato una fata, sai.” Ma in quel momento non gli riuscì. Sorrise e basta, per l’ultima volta, al suo amico.
***
Ben fatto! Quel Bovesin è di certo un uomo d’onore. Ma di pulzelle se ne parla mai?
Ma come, maestà!? Proprio in questo capitolo si parla di Margherita la fornaia, valentissima pulcella. Comunque ve n’è un’altra nelle righe che testé terminai di scrivere e che saranno pubblicate tra qualche tempo (tra qualche capitolo). Il fatto poi è che qui in città sono pudiche e si fan vedere un po’ poco. E in fin dei conti è anche una mancanza da imputare al meschino scrittore.
Ad ogni modo, grazie di avermi onorato della vostra regale lettura, Maestà. Spero che le prossime meritino il medesimo privilegio.
Montjoie Saint Denis!