Nel capitolo precedente i cavalieri di Pietravento si erano lanciati al galoppo contro Selcevecchia, ingannati dalla manovra delle cavallerie avversarie che avevano ripiegato improvvisamente dietro le picche dei propri fanti”
La battaglia
Guadalbec digrignò i denti e buttò fuori un ringhio belluino. Gli ammazzavano il cavallo. Non solo lo privavano del piacere di una gloriosa cavalcata contro le schiere nemiche, quei vili gli volevano pure ammazzare Valanga, il cavallo bianco dono del re. Avrebbe desiderato schiantarsi comunque contro quella siepe di picche, a folle velocità, accadesse pure quel che doveva accadere. Ma come in tutti i frangenti del genere, quando stava per prendere decisioni pessime, a Guadalbec tornò in mente lei, con i suoi occhi colore del mare settentrionale, e una sorta di limpida freddezza scese su di lui.
A pochi passi dalla prima picca ringhiò un’altra volta, tirò le redini con tutte le sue forze e gridò “Smontare! Smontare!”
Tutt’intorno i cavalli si infilzavano sulle picche, inciampavano e cadevano addosso ai loro cavalieri. Quelli che si fermavano venivano travolti e sospinti in avanti dal rango posteriore, schiantandosi contro le lunghe lance. La sottile linea di venti cavalieri riuscì in qualche modo, incespicando e facendo qualche giravolta, a fermare i cavalli prima della catastrofe. Bovesin della Guivra aveva addestrato con gran cura le sue fanterie, e così i soldati delle prime file, ben rinchiusi nelle loro brigantine e mezze armature, se ne stettero immobili a tenere la posizione, con le armi piantate in avanti, in attesa dell’ordine di avanzare.
Anguilème non perse tempo. Smontò con la bandiera in mano, gridando agli scudieri:
“Raimon, Alboino, Goffredo! I cavalli! Tenete i cavalli e state pronti a buona distanza!” Quando si girò, gli ultimi Cavalieri del Narvalo stavano spezzando il fondo delle lance per poterle usare nel corpo a corpo. Il resto aveva sguainato le spade e imbracciato gli scudi e tutti seguivano Guadalbec, che guidava la carica degli appiedati mulinando a due mani la sua spadaccia, alta almeno quanto Anguilème stesso.
Urlando come un ossesso, determinato a far pagare caro a Selcevecchia il suo tiro infingardo, il gigantesco cavaliere scostava in qua e in là le punte delle picche con ogni colpo dello spadone. Sopraggiungendo di corsa, il resto dei cavalieri si incuneò nello schieramento nemico. Anguilème si guardò attorno. I suoi commilitoni avevano istintivamente fatto formazione attorno allo stendardo dell’ordine. Sulla sinistra la bandiera di Aquilardo non si vedeva da nessuna parte, quella di Rosmaro sulla destra si agitava ancora disperatamente. Tra i ranghi della fanteria ora si facevano largo alcuni armati di ronconi e alighieri, che usavano per abbrancare i Pietraventini rimasti ancora in sella e trascinarli al suolo. Altri soldati si avventavano con lunghe daghe sugli uomini d’arme atterrati e, trovato uno spiraglio nell’armatura o nell’elmo, li pugnalavano con perizia assassina.
Così, mentre il dente del narvalo trafiggeva pian piano le squame dell’orrido dragone di Selcevecchia, tutt’intorno il resto della nobiltà Pietraventina moriva la morte dei topi e i sopravvissuti strisciavano come vermi insanguinati.
Lo sguardo di Anguilème cadde su un cavallo pezzato, riverso a terra, una specie di ronzino che tentava di rialzarsi. Da sotto la sua pancia veniva fuori, a carponi, un ragazzetto biondiccio. Isidoro!
“Rainardo” gridò al suo scudiero in ultima fila “tiralo fuori da lì, portalo dentro alla formazione!” Di nuovo Anguilème si guardò attorno, aggrappato all’asta della bandiera. Anche lo stendardo di Rosmaro pareva scomparso, delle due ali di cavalleria non restava niente, se non qualche animale in fuga. In prima fila Guadalbec era ferito in più punti e i suoi compagni iniziavano a proteggerlo con gli scudi. Le fanterie di Selcevecchia avevano cominciato ad avanzare e il cuneo di cavalieri del Narvalo si era stupidamente incastrato nello schieramento nemico, pronto per essere accerchiato, ormai troppo lontano perché gli scudieri coi cavalli potessero fare qualcosa. Più avanti, oltre le file di soldati nemici, le bande di cavalleria di Selcevecchia si erano riorganizzate in fretta, e ora abbandonavano quasi tutte il campo di battaglia, muovendo verso levante. Verso il mare.
Anguilème era stanco, stanco di stare aggrappato a quella bandiera, stanco di non capire. Era una battaglia insensata e la loro fine inutile. Tenne lo stendardo nella sinistra e sguainò la spada.
“Sono qui, signore” era la voce ansante di Rainardo. Anguilème si volse, lo vide, accanto a lui il giovane. Sembrava in grado di reggersi in piedi, di tenere in mano la spada. Bene, sarebbe morto con tutti gli altri, sotto la bandiera di quello stupido pesce. Anguilème non aveva forza per rispondere, non aveva parole. Gli uscì un verso, una sorta di “Eeh”.
Poi, oltre la spalla di Isidoro, scorse le porte aperte della città.
***
Il primo a uscire fu La Fleur
“Giuro di difendere, con la mia vita e il mio onore, la città di Pietravento.”
“Lo giuro!” risposero forte centinaia di voci.
“Giuro di portare, con rispetto e virtù, queste insegne che il re e la città mi hanno dato.”
“Lo giuro!”
“Giuro di proteggere, fino all’ultimo respiro, la pietra, la vita di Pietravento, e tutto ciò che è buono e santo.”
“Lo giuro!” gridarono all’unisono, un’ultima volta, gli uomini che in quel momento uscivano a passo di marcia dalla porta di tramontana.
Halec lo gnomo li fissava con occhi lucidi. Mille uomini in armi, La Fleur, il cavalier Edgar, a piedi come tutti gli altri, capo scoperto, sguardo di ghiaccio e nella sinistra lo scudo ornato dalla figura del narvalo, con loro il resto dell’ordine e dei suoi armati, e poi cavalieri spiantati e senza cavallo ma soprattutto un gran numero di cittadini, che portavano picche, alabarde, lance, spade e scudi, seguiti da bande di arcieri e balestrieri. In mezzo a quella selva sventolavano l’azzurra bandiera della balena, stendardo del re, e la bandiera della rondine. Era stato Gunther Calcamare, consigliere ma soprattutto amico del re, a convincerlo a costituire un corpo permanente di liberi cittadini per difendere Pietravento. E così, al rullo del tamburo, con le insegne spiegate, avanzava sotto i bastioni l’ultimo dono che il gran maestro Gunther aveva fatto alla città da lui amata: la regia milizia cittadina scendeva per la prima volta sul campo di battaglia.
***
Continuo a seguire il racconto con interesse, tifo per Pietravento che mi sembra un po’ in difficoltà… Alla prossima!
Passo per vedere se c’è qualcosa di nuovo ed ecco la quarta parte. Mi sto appassionando sempre più e sono un po’ preoccupato per Guadalbec.
Qual mirabili gesta! E che valente cantore! Mi rammentano il tempo in cui fui anche io a Pietravento…
Ma voi siete il nobile cavaliere che per stemma porta uno scudo dentro uno scudo dentro uno scudo dentro uno scudo…
Ci sarà bisogno di voi per difendere la città! Tornate presto!
Me ne duole messere, ma ancora vago ramingo in cerca del perduto onore e della verità sul mio nobile linguaggio… Cosa resta ad un cavaliere senza onore se non una vuota armatura e una ridda di vanagloriosi aneddoti?
Ah! Vile e neghittoso passacarte! Il cavallier mai si nega vigliaccamente alla battaglia quand’essa gli si presenta. Imbraccia orsù la lancia! Che il cozzo delle armi e le imprecazioni degli armigeri ti siano di guida là dove lo scontro infuria e la gloria si conquista in punta di spada!
Posso ancora condonarvi d’avermi chiamato passacarte, ché forse nel tener le croniche della famosa Pietravento, la mia penna non si è dimostrata all’altezza. Ma vile a me, che appongo firma e suggello su ogni mio scritto?
Neghittoso a me, che tre giorni or sono pubblicai la quinta parte dell’Assedio? Vi farò rimangiare queste parole sul campo di battaglia! Nel frattempo correte a leggere l’ultimo capitolo, Rodomonte!
Chiedo venia, nobile scrivano, ma le mie ingiurie non fuor per voi quanto per l’imbelle Agilulfo che pietosamente diserta la pugna. A ciascun lo suo mestiere: chi è cavallier dia di spada, chi è scrittor dia di penna!
Nobile Rodomonte, sono io che mi debbo scusare e ritrattare, avendo frainteso le vostre parole. Non posso che plaudere alla cavalleresca disfida che tra voi due avvampò, la quale spero si potrà degnamente concludere con un onorevole duello di cui volentieri mi farò garante, posto che poi torniate a stringevi la mano. Ché qui frattanto la città sotto assedio resta.