La carica
Le strade di Pietravento risuonavano dell’abbaiare dei cani e del battito degli zoccoli, mentre nobili cavalieri e uomini d’arme cavalcavano tutti a rotta di collo in direzione della porta di tramontana, intralciando i poveri villani che cercavano di rientrare di corsa dalle campagne per mettersi in salvo dall’esercito invasore.
Ben piantati su due grossi cavalloni, completamente corazzati e ricoperti dei loro stemmi e cimieri, due uomini se ne stavano davanti alla porta di tramontana guardando le schiere avversarie con aria torva. Ogni tanto interrompevano la loro occupazione per scambiarsi qualche parola.
“Ebbene questi ignobili non ci permettono neanche di piangere il nostro sovrano, Messer Aquilardo.”
“E il nostro congiunto, Messer Rosmaro.”
“Tanta bassezza, degna solo di Selcevecchia.”
“Epperò guardate, cugino, mettono i cavalieri in prima fila. Hanno ancora un brandello di dignità.”
“È lo straccio con cui si coprono le terga, caro cugino, niente di più.”
“E che, alla malora!” fece Aquilardo guardandosi intorno “Pietravento non ha più cavalieri da cacciar via questi ribaldi? Dovremo caricare solo noi due?”
“Non rischiate.” si sentì dire una vocina.
“Chi ha parlato?” fece Aquilardo, girandosi accigliato verso gli scudieri. Ma nessuno aveva aperto bocca.
“State attenti, signori cavalieri. Hanno anche delle brutte picche là dietro.” La voce proveniva da sotto i cavalli.
“Ma dunque!” Rosmaro volgeva gli occhi di qua e di là.
“Io dovrei chiudere la porta…”
Finalmente videro lo gnomo. Veniva avanti a capo scoperto, col berretto tra le mani nervose.
“Sarebbe meglio aspettare che siano tutti entrati e poi serrare la porta.”
Halec lo gnomo era il custode della porta di tramontana e aveva ricevuto il suo incarico dal re in persona. Se ne stava per lo più nella sua postierla, ad armeggiare con chiavi arrugginite e vecchi trabiccoli che dovevano servire per chiudere le porte. Quando veniva sera si metteva a girare una rotella grossa come un piatto e, tra tonfi e scricchiolii, gli enormi battenti si richiudevano per la notte. Per il resto non si vedeva granché in giro.
Halec il custode avrebbe voluto ammonire ancora una volta i due nobiluomini, ma in quella, con gran strepito e alzando molta polvere, sopraggiunse una disordinata turma di cavalieri, desiderosi di insegnare a quelli di Selcevecchia il fatto loro.
“Eccoci! All’arme! Alla battaglia!” urlavano tutti.
Rosmaro e Aquilardo si stavano già prodigando per mettersi a capo della schiera, in virtù della loro regale parentela, e indicavano col la spada dove dovevano schierarsi le diverse insegne.
Halec lanciava occhiate all’intorno. Niente guardie. Più nessun villano, nessuna bambinetta, né polli, né galline né oche, né buoi o asini fuori dalla città. La campagna era occupata soltanto da lunghe file di soldati che si allargavano all’orizzonte. Bagliori di elmi e armature, il tintinnare delle armi, il nitrito dei cavalli: Halec il portinaio avrebbe voluto soltanto serrare le porte davanti a tutto ciò, ma nessuno di quei cavalieri di fronte a lui gli dava retta e nessuno da dentro la città faceva arrivare ordini. Non c’era più un re. Si volse indietro un’ultima volta, gli occhi lucidi sotto le grigie sopracciglia cespugliose, e fu allora che li vide arrivare.
Giungevano al galoppo ordinati, coi cavalli bianchi tutti allo stesso passo, le cappe rosse, gli usberghi e le corazze di ferro. Alla testa della cavalcata sventolava la bandiera con le onde e il narvalo guizzante. Gli ultimi cavalieri del re giungevano sul campo di battaglia.
Rosmaro e Aquilardo, uno da destra, l’altro da sinistra, arrivarono al galoppo; probabilmente intendevano fare le loro rimostranze ai cavalieri per essere arrivati così tardi. Purtroppo per loro si trovarono davanti il gigante Guadalbec.
Nel frattempo Halec il custode si era avvicinato al cavaliere che gli pareva più ragionevole e gli stava indicando qualcosa.
“Io guiderò l’ala destra, mio cugino la sinistra” disse Rosmaro.
“Allora noi terremo il centro” taglio corto Guadalbec.
“Dieci cavalieri” disse Aquilardo, sollevando un sopracciglio.
“E dieci scudieri armati.” Guadalbec stringeva forte le redini per trattenersi. “oppure lor signori desiderano una guardia personale?”
“Siete la guardia del re, nessuno di noi due è re” rispose Rosmaro conciliante. Aquilardo annuì, poi levò la spada:
“Sarà re colui che oggi acquisterà maggior onore sul campo!” disse a gran voce.
Le grida d’esultanza dei cavalieri alle sue spalle lo accompagnarono.
“Signori cavalieri” si intromise Anguilème, sopraggiunto in quel momento “Le avete viste le picche che hanno là dietro?”
“Sono i cavalieri di Selcevecchia quelli in prima fila, le loro famiglie più distinte. Battutili, i loro villani che vi preoccupano tanto non resisteranno un attimo di più, ma fuggiranno come cani. Per Pietravento!” Gridò di nuovo Aquilardo, volgendosi per prendere posizione con gli altri.
“Tenete il centro” fece di nuovo Rosmaro “e se proprio dovete difendere qualcuno, proteggete nostro cugino Isidoro. È troppo giovane per essere qui” disse, indicando un ragazzetto in ultima fila, un tipo biondiccio su un cavallo pezzato.
Il sire di Anguilème annuì a Rosmaro, poi guardò dritto di fronte a sé, mentre i Cavalieri del Narvalo si allineavano col resto degli armati, una sottile linea di venti uomini a cavallo tra le due ali cariche di bandiere e pennoni.
“E così andiamo a morire” sospirò. Poi fu dato il segnale.
I cavalli si mossero al passo, tranquilli, nella luce serena che riempiva i prati di primavera. Decine di bandiere colorate garrivano: il delfino, l’airone, l’anguilla, stelle, conchiglie, bande e fasce. Anguilème guardò in alto, allo stendardo che teneva stretto in mano, a quell’unicorno di mare che doveva proteggerlo in battaglia.
I cavalli iniziarono il trotto. Quello era il codice d’onore dei cavalieri. Avevano davanti loro pari. Era stato deciso di caricare. Si caricava tutti insieme.
Anguilème guardò di nuovo in su e questa volta scorse le frecce!
I cavalli accelerarono ancora, il trotto divenne galoppo, nessuno si volse indietro all’udire le urla e i nitriti di uomini e cavalli colpiti dai dardi. Quei vili di Selcevecchia, che altro aspettarsi.
Fu Bovesin della Guivra a muoversi per primo dallo schieramento avversario. Si staccò con la sua guardia personale, slanciati in avanti con movimento elegante. Presto lo seguirono gli altri cavalieri, Selcevecchia era pronta a scontrarsi con Pietravento.
A ormai un centinaio di pertiche dalle porte della città, quelli di Pietravento avevano le lance in resta e, dopo aver scelto un avversario di fronte a sé, si preparavano a colpirlo. In quel momento Bovesin diede l’ordine convenuto. Aveva fatto preparare a lungo la sua cavalleria e l’aveva munita di nuovi cavalli stranieri, belli e agili e pure furbi. Anni dopo i Pietraventini si chiedevano ancora come aveva fatto Bovesin a far eseguire quella manovra. Sta di fatto che in quel momento i cavalieri di Pietravento alla carica si videro gli avversari volgere loro le spalle improvvisamente e ripiegare in fretta dietro le loro fanterie, attraverso varchi nello schieramento che i fanti richiudevano subito.
Anguilème, Guadalbec, Rosmaro, Aquilardo, Isidoro e tutti gli altri cavalieri guardarono davanti a sé e non videro più i loro nobili avversari. Ora c’erano solo i villani appiedati di Selcevecchia, che calavano verso di loro picche lunghe dieci braccia. Poi, per cavalli e cavalieri fu un disastro.
Mai disdegnare le intuizioni belliche di uno gnomo! Mai!!!
Bello e incalzante
A 136 anni di distanza, un discendente di Halec il custode, Halig il Bloccalame, è il più vecchio Cavaliere del Narvalo, nonché l’unico gnomo a far parte dell’ordine. Conviene ascoltare gli gnomi. Sono contento ti sia piaciuto, Gio!
Molto avvincente questa terza parte! Bella la scrittura, e c’è anche l’illustrazione! Bravo!
Mi fa piacere! Spero che anche i prossimi capitoli siano all’altezza. La fotografia l’ho scattata io al castello di Trim, contea di Meath, in Irlanda, vicino a Dunsany.
Ah! Vile Selcevecchia! Avrei dovuto studiare di più e ricordarmi questo colpo basso per acuire la mia rabbia e il mio disprezzo verso l’indegna città.
Letto con passione sincera, resto in attesa del prossimo brano.
Grazie Ser Robert. Resta sugli spalti, perché col prossimo capitolo la mischia si farà intensa!
Ahia, ser Robert, questa mancanza da parte tua non me la aspettavo. Un nobile cavaliere dell’Ordine del Narvalo come te dovrebbe conoscere questo famigerato assedio che ha portato alla rovina il glorioso regno di Pietravento, ma lasciamo al nostro eccellente cronista l’onere e l’onore di raccontarla!
Messer Randimion, Messer Robert, presto, agli spalti! un altro capitolo è stato pubblicato!