L’arrivo dei rinforzi
La marcia di ritorno a Pietravento fu molto più gradevole di quella d’andata. Le prime sere furono un susseguirsi di feste. Avevano lasciato il cerchio dei re ballando e cantando e, posto il primo campo al tramonto, la gente si era data ai festeggiamenti suonando arpe, mangiando cinghiale e bevendo cervogia e idromele.
Passato il confine Isidoro aveva assistito a uno strano spettacolo: un vecchissimo bardo che intonava una canzone con le lacrime agli occhi. “Canta delle Fate” aveva spiegato Gwenvael allora “Per anni non ha potuto cantare questa canzone, che imparò in viaggio da giovane, con le parole che ora senti.”
Presto altri bardi, dai più anziani ai più giovani, si erano uniti a lui.
Durante le marce, la mattina, la gente lo acclamava e gli portava un sacco di doni che lui non poteva rifiutare. Gli era addirittura parso un paio di volte che una ragazza gli sorridesse. Le sere veniva invitato a sedersi coi capi, che brindavano in suo onore. Isidoro, secondo i consigli del signore di Ysengrin, nominava uno capo dell’avanguardia, uno capo della retroguardia, uno addetto ai rifornimenti e tutti sollevavano i calici senza una protesta. Erano tutti di buon umore e pareva che la gente della Marca fosse sempre andata perfettamente d’accordo.
Più la città si faceva vicina e più Isidoro si preoccupava. Come poteva guidare quell’esercito? Erano guerrieri? O una manica di ubriaconi e di vecchi canterini? Aveva cercato il consiglio di Gwenvael, il quale gli aveva assicurato la lealtà e l’affetto reverenziale dei capi e della gente. Gli aveva suggerito di assegnare incarichi a tutti, ascoltare e parlare con tutti e se non era sicuro di qualcosa, attendere. Qualche volta Isidoro avrebbe voluto discutere sulla strategia da adottare una volta arrivati in vista delle mura della città, ma per Gwenvael era troppo presto. L’importante, diceva, era stabilire una catena di comando chiara. Tutti gli obbedivano, perché era scelto dalle Fate. Bastava che lui ordinasse chiaramente chi facesse cosa, e qualsiasi disposizione sarebbe stata accettata, perché proveniva da lui. Così, diceva, sarebbero stati pronti, qualunque cosa avessero trovato a Pietravento.
***

La cosiddetta “gardjola” di Senglea, affacciata a custodia del porto della Valletta, a Malta. Fotografia mia
Sentinelle
La bandiera del narvalo sventolava ancora sopra la porta di levante. La Fleur faceva ritorno dalla ronda ai bastioni di tramontana, attraversando i camminamenti nell’aria fresca della sera. Alla sua destra le luci della città, alla sinistra quelle del campo nemico. Udiva solo il mormorio di qualche voce bassa, il verso di un animale, il suono delle onde. Guadalbec era sempre là, sotto la bandiera. Dall’ultimo assalto le sue condizioni erano peggiorate. Forse non si sarebbe neanche comportato in maniera così avventata, se a guidare i nemici non ci fosse stato Bovesin della Guivra in persona. Quando aveva visto il comandante avversario, il cavaliere si era alzato dal suo giaciglio nella torre, aveva afferrato lo spadone e si era gettato contro il condottiero degli assalitori. L’avrebbe fatto a pezzi, se i suoi soldati non l’avessero trascinato a forza via dalle mura. L’azione aveva però riaperto le ferite di Guadalbec, già gravi, e ormai non gli erano rimaste molte forze. Ora se ne stava seduto fuori, sulle mura, avvolto nel mantello rosso, sorvegliato da Anguilème, che non aveva più abbandonato l’amico.
I due salutarono il cavaliere che tornava dalla ronda. Anguilème gli versò da bere, insieme ascoltarono la bevanda corroborante scrosciare contro le pareti della ciotola di latta. La Fleur portava le notizie della giornata. L’esercito della Marca era arrivato. Da qualche tempo se ne stavano appostati nei boschi a nord-ovest della città, nella zona delle colline, avendo gabbato persino le sentinelle poste dal nemico. Selcevecchia aveva provato a stanarli più volte, con squadroni a cavallo, ma ogni volta erano stati colpiti da imboscate. Da quanto era riuscito a capire non avevano un accampamento, o se c’era si trovava nel cuore della foresta. La maggior parte di quella gente se ne stava in cima agli alberi e avevano reso la foresta inattaccabile per i nemici. Selcevecchia aveva rinforzato le difese ai propri campi e i suoi soldati avevano passato la maggior parte del tempo a trincerarsi contro la nuova minaccia, lasciando relativamente in pace la città. Quelli della Marca ogni tanto si spingevano sotto le loro palizzate, tiravano qualche freccia infuocata, che si spegnava subito, li insultavano e si ritiravano prima che la cavalleria di Selcevecchia li intercettasse. Non potevano fare molto altro, anche perché probabilmente erano in inferiorità numerica, sebbene non si sapessero di preciso le dimensioni dei rinforzi. Quelli della Marca non potevano attaccare gli accampamenti di Selcevecchia e Selcevecchia non poteva attaccare la foresta, da cui voleva far uscire i nemici. La situazione era sostanzialmente uno stallo.
Anguilème aveva smesso di fare commenti. Ascoltava le notizie, sorseggiando la sua bevanda con gli amici. “Meglio di niente” concluse La Fleur “La gente in città sembra incoraggiata.” Anche Guadalbec sorrideva. La Fleur bevve l’ultimo sorso, salutò gli amici e se ne andò a dormire. I due cavalieri rimasero soli.
“Anguilème” fece Guadalbec “Ho scritto una lettera.”
Il cavaliere udì una risata lontana uscire da qualche finestra e una voce di donna, che per un attimo confuse con la voce di qualcun’altra.