Mentre pubblico questa dodicesima parte dell’assedio mi piacerebbe ricordare che due giorni fa, il 23 aprile, era San Giorgio. San Giorgio è un santo molto amato dalle nostre parti. Uccisore del drago e patrono di molti luoghi, è uno di quei santi di cui storicamente non si sa molto, se non che era un soldato romano giustiziato per la sua fede cristiana. Qui da noi sarebbe stata festa e la sera della vigilia si sarebbe acceso un grande falò in piazza, le cui fiamme avrebbero illuminato volti amici e avrebbero fatto sembrare la bella stagione un po’ più vicina. Anche l’assedio di Pietravento cominciò in aprile. Noi, assediati per il secondo anno consecutivo da un nemico ben peggiore, aspettiamo di ritornare ai nostri falò e alle nostre amicizie. La semplice storia di un soldato dal nome umile, ucciso per la sua fede, si è rivelata essere la storia di un eroe che in silenzio ha saputo sconfiggere un male spaventoso. Questo è il mio augurio anche per voi, e che San Giorgio vi vi aiuti a combattere qualsiasi drago.
Il consiglio di guerra
La chiara ombra di una bianca tenda da campo proteggeva dal sole del mezzogiorno l’intero stato maggiore riunito a tavola, mentre proprio in quel momento un maggiordomo stava servendo a Bovesin della Guivra un piatto di tagliolini al ragù di cervo.
Attraverso gli ampi spazi del padiglione arrivava appena la brezza marina. Nonostante le dimensioni della tenda nulla era sfarzoso. I mobili erano cassoni da viaggio rustici, come il robusto tavolo in legno a cui sedevano i capitani della città del drago. Le loro sedie erano pieghevoli, le stoviglie in legno e peltro, come i boccali in cui i servi stavano ora versando acqua dalle caraffe.
Bovesin rifiutava sempre il vino, tanto che i suoi paggi avevano smesso di portarglielo. Gli altri ufficiali avevano deciso di imitare il comandante. In tutto l’esercito, persino tra i contingenti alleati e le compagnie mercenarie, l’ubriachezza non era tollerata. Nessuno sembrava intenzionato a scoprire in qual modo venisse punita.
Bovesin spezzò la crosta croccante del pane, impastato con acqua marina, dando il segnale che il pranzo poteva iniziare. Oltre a quel boccone di pane, il piatto di pasta con un poco della carne del cervo che i suoi arcieri avevano cacciato nei boschi vicini, e un frutto, il comandante non avrebbe toccato altro cibo.
Fece un cenno all’araldo che stava in piedi davanti al tavolo: “Ascoltiamo il rapporto della giornata.”
“Come da voi ordinato le catapulte hanno aperto durante la notte altre due brecce nelle mura della città. Le compagnie dei Signori di Lido Secco e dei Tre Larici hanno condotto assalti in contemporanea, questa mattina all’alba, ai bastioni di Maestrale e del Barbacane, lì dove le mura erano state aperte. L’opposizione dalla città così come ci si attendeva, è stata strenua, poiché i Pietraventini avevano ben guarnito quei punti deboli, preparando terrapieni e barricate.”
Bovesin della Guivra annuì e l’araldo riprese:
“L’ammiraglio Briareo ha quindi condotto l’assalto con le scale al baluardo di Ponente dove le mura sono state indicate essere più basse, e subito sono accorsi difensori da Pietravento, guidati dai Cavalieri del Narvalo. Sono quindi partite le bandiere del quarto attacco, al bastione della Carretta, che si presupponeva sguarnito. Ma anche lì subito sono accorsi drappelli della milizia e alcuni cavalieri. Le scale sono state gettate a terra e come avete ordinato si è suonata la ritirata, per evitare di perdere uomini. Il cavaliere Edgar fu visto guidare i difensori…”
Bovesin della Guivra sapeva già tutto quanto. Il sistema di attacchi concordato con staffette e messaggeri doveva mettere alla prova le difese della città. La milizia di Pietravento non poteva presidiare l’intero perimetro delle mura. Era ormai chiaro che erano stati predisposti piccoli distaccamenti pronti a raggiungere punti diversi delle fortificazioni, là dove le sentinelle avvistavano un attacco. Il tutto doveva essere coordinato dai Cavalieri del Narvalo. Ovunque si attaccasse, c’erano almeno uno o due di loro a guidare i difensori. E quell’Edgar sembrava anticipare ogni sua mossa.
Bovesin si spostava da un capo all’altro dello schieramento assediante, metteva campo ogni giorno in un luogo diverso, teneva le truppe attive, conducendole di persona, e Edgar pareva fare lo stesso. La settimana precedente Bovesin aveva guidato un attacco alle mura e se l’era trovato davanti.
Il resto della cittadinanza si era unito alla milizia. Chi non era impegnato a riparare le mura, aiutava i soldati. Nell’ultimo assalto le sue truppe erano state colpite anche con un pitale. I difensori erano motivati, per ora quantomeno, grazie a quell’uomo.
L’aveva lasciato vivere, il giorno della battaglia, e ora si trovava un avversario onnipresente. Era stato un errore, ma nessuno aveva osato rinfacciarglielo.
“Bene” fece Bovesin, con un cenno cortese all’araldo che aveva terminato il suo rapporto. “Tutto ciò ha distolto l’attenzione dal lavoro alla galleria. Come procede?” chiese, mentre con coltello e forchetta sbucciava un’arancia.
“Gli scavi sono proseguiti tutta la mattinata, e la galleria non è stata scoperta.”
“Per ora” pensò Bovesin. Quegli scaltri degli gnomi di Pietravento non ci avrebbero messo molto per intercettarli e sabotare anche quella, come le cinque gallerie precedenti. Non aveva perso neanche un minatore, ma ogni volta gli gnomi se n’erano usciti con qualcuno dei loro scherzi diabolicamente spiritosi.
“Date ordine di preparare altre due squadre” ordinò. Non sarebbe servito a niente, la terra sotto quella città era un dedalo.
“Signore” interruppe Maneguldo il Maresciallo “Mi sia lecito dirvi: non sarà con le mine che faremo cadere questa città.”
“No” rispose il comandante, lieto di sentire che qualcuno finalmente aveva l’ardire di contraddirlo “certamente. Le gallerie non ci daranno la vittoria, ma sottraggono attenzione ed energie a dei difensori già stanchi. E pensate cosa potrebbero portare via i nostri uomini se anche solo uno di quei tunnel sbucasse in città.”
E a quelle parole tutti pensarono alla secchia.
“Inoltre le catapulte vanno spostate e ricollocate in un altro settore, per aprire nuove brecce. Non potranno ripararle tutte, e anche se lo facessero non potranno presidiarle tutte. E se mandassero anche le loro vecchie e i loro cani sulle barricate, allora manderemo uomini con le scale. Assicuratevi che non vengano danneggiate le case di quei pezzenti durante l’attacco.”
“Signore” fece Messer Cornale “una pietra di catapulta in casa potrebbe danneggiare molto il morale di questa gente, che inizierebbe a rivoltarsi contro i cavalieri.”
“Gente senza casa potrebbe battersi ancor più disperatamente, Messere. Penso che venti pietre di catapulta perfettamente indirizzate, che sfondano due punti diversi nelle mura durante la notte, facciano molto peggio al morale dei nostri nemici, sul quale, tra l’altro, mi tengo ben informato, grazie ad alcuni amici.” Rispose il comandante sorridendo, poi continuò con lo stesso tono pacifico:
“A proposito, Messer Cornale, le bande di cavalleria sono tornate? Caricate tutto il vino che hanno requisito dalle colline circostanti su due navi mercantili qui al porto, e inviatele a Selcevecchia. Il resto dei beni requisiti potete spartirlo tra la truppa.”
“Non si potrebbe inviare alla città l’intera flotta di Pietravento, ora che il porto è in mano nostra?” intervenne ancora Maneguldo.
“Ricordate le due galee nemiche che ho inviato alla città, Maneguldo. Avevo messo cento uomini a bordo, e nonostante i miei ordini il Senato non me li ha ancora mandati indietro. Ho bisogno di più truppe possibili. I senatori forse non lo sanno, ma questa città non la vinceremo con le catapulte, né con le gallerie. Questa città la vinceremo con una battaglia campale.”
Gli ufficiali smisero di mangiare e fissarono il comandante. Il capitano Grisulfo, che a tavola era molto lento, rimase coi tagliolini che gli penzolavano dalla bocca.
“Avete notizie di una sortita dalla città?”
“Di un attacco da fuori” rispose il comandante. “Quali notizie dagli esploratori?” chiese poi all’araldo.
“Verso Bottafoco tutto è tranquillo. Nessun armato uscirà da quella città, tranne quelli che avete già assoldato voi al vostro seguito”
“Gente tranquilla” commentò qualcuno dei capitani.
“E soldati inutili” aggiunse Bovesin. “Continuano a far passare fuggiaschi?”
L’araldo annuì.
“Continuate a tenerli d’occhio allora. E spostateli di nuovo.”
“Signori” aggiunse poi “Se qualcuno muoverà in aiuto di Pietravento sarà dalla Marca. Ho già dato ordine di perlustrare a ponente e ho nascosto esploratori e vedette nei boschi vicini. Istituirete dei reparti di cavalleria che mantengano la zona costantemente pattugliata e comunichino qualsiasi movimento. Sono certo che un esercito nemico non tarderà ad arrivare e per allora tutte le vostre compagnie dovranno farsi trovare pronte. Date disposizioni. Nel frattempo” fece all’araldo “continuate a sorvegliare qualsiasi vagabondo faccia avanti e indietro dalla città.” Poi si volse di nuovo agli ufficiali: “Fermeremo la gente della Marca come abbiamo fatto coi nobili della città. Quando contempleranno la loro sconfitta dagli spalti, i Pietraventini si renderanno conto di non poter sperare più in nessun aiuto. Allora capitoleranno. Bene, queste sono le disposizioni. Al tramonto farò campo al porto. Ora vado a controllare la costruzione della macchina.”
***
Con questo brano viene raggiunto il più infimo gradino nella scala delle sconfitte. Sempre macchierà l’onore dell’ignoto soldato il colpo infertogli dal pitale volante!
Macchierà il suo onore e quello della sua città infingarda e traditrice, se mai Selcevecchia un bricolo l’onore l’abbia avuto