L’accoglienza a Cruach
Non c’era un vero sentiero che portava a Cruach, figuriamoci una strada. C’era solo una specie di traccia da animali selvatici, un poco d’erba calpestata.
Da lontano si vedevano casupole di sassi, a volte intonacate, coi tetti di paglia o di ardesia scura. Isidoro e Gwenvael udirono la voce di alcuni bambini e un calpestio bagnato. I bambini erano lì, sulla soglia di una casa. Un maschio e una femmina, i capelli a zazzera, le tuniche sporche. Dietro di loro la mamma, una donna coi capelli rossi, avvolta in uno scialle di lana, che li fissava. Nessuno disse niente. La donna, i bambini, Gwenvael: tutti zitti. Il cavaliere fece solo un cenno col capo e proseguì sotto la pioggia, senza aspettare una risposta.
Più avanti si aprirono altre porte. Altre donne con gli scialli, altri mocciosi, anche uomini adulti. Alcuni vecchi decrepiti, alcuni nel pieno delle forze, tutti con larghe tuniche giallo zafferano, maniche larghe, lunghe fino al ginocchio. Qualcuno con delle brache a scacchi, qualcuno senza brache. Un gran numero di loro coi capelli fulvi, la maggior parte coi baffi. Tutti con l’aria di gente che brandisce una scure per lavorare nel bosco o per mozzare teste. Nessuno salutava.
“Li conoscete?” chiese Isidoro.
“Non ci torno da tanto.”
“Ci ospiteranno?”
“Non si nega a nessuno.”
“È gente amica?” chiese ancora.
Ma si sentì soltanto il rumore della pioggia.
***
Ancora una tua bella foto! Breve ma intensa e suggestiva questa ottava parte!
Grazie Cesi! mi fa davvero piacere. I prossimi capitoli sono più sostanziosi. Il corvo si è gentilmente prestato per posare e in generale l’Irlanda è un ottimo posto per fare fotografie. Ha qualcosa in comune con la Marca.