La Marca delle Fate
Erano sbucati in mezzo al nulla, a diverse pertiche di distanza dalle mura cittadine. Avevano strisciato e camminato ripiegati in due verso le linee nemiche, incespicando al buio. “Quando uscite, sempre dritti” aveva detto lo gnomo che gli aveva indicato il cunicolo. Gwenvael strabuzzava gli occhi, cercando di scorgere le insegne della città di Bottafoco. Facile a dirsi. Quando dall’accampamento si levò un “Chi va là!?” Isidoro raggelò. “Amici” disse invece il cavaliere d’Ysengrin. “Parola d’ordine” fu domandato dal buio, in risposta. Al che Ysengrin farfugliò qualcosa in un dialetto strano, aggiungendo qualcosa sulle pietre coti. Ricevettero in risposta un fischio. Era un fischio d’assenso? Avanzarono, sempre piegati in due, andarono a sbattere contro un carro e nessuno disse niente. Passarono oltre. Alcune ombre, alcuni movimenti, braci qua e là nel buio. Erano oltre le linee. Quelli di Bottafoco, si sa, sono gente tranquilla.
Le settimane seguenti furono un lungo cammino tra i campi, in direzione sud, poi sud-ovest, spostandosi pian piano sempre più verso occidente. I due dormivano nei fossi di campagna e mangiavano le poche provviste. A nessuno dei due piaceva particolarmente. I piedi facevano male e si cercava di accendere fuochi il meno possibile, almeno nei primi giorni, per evitare che i nemici, spintisi nelle terre circostanti alla ricerca di bottino e polli da rubare, li scovassero. Di notte, le uniche luci erano le lucciole che svolazzavano piano nei campi.
Poi le cose migliorarono leggermente, anche se i fossi e le siepi erano sempre scomode. Una sera, davanti al loro primo bivacco decente, Gwenvael chiese a Isidoro come aveva saputo che stava preparando quella sortita. Isidoro rispose che non l’aveva saputo affatto, stava cercando i Cavalieri perché erano le uniche persone che lo avevano salvato in battaglia e per caso aveva incontrato lui.
“Ah” fece Gwenvael, masticando del pane secco. Rimase in silenzio per un po’, come uno che medita su una castronata. “Poco male” fece poi “Mi porterai comunque fortuna.”
La terra pian piano cambiava. Non era più solo campagna. Gli alberi avevano un aspetto più solenne, gli uccelli cantavano cose diverse, gli animali apparivano e sparivano come fantasmi. Quando videro il primo menhir, piantato in mezzo al nulla come un monito, Gwenvael stese la mano.
“Da lì inizia la Marca. Passato quel confine, guai a parlare delle Fate. Non si menzionano. Non starebbe bene.”
Isidoro fece un cenno d’assenso col capo.
Proseguirono ancora nel nulla, tra la brughiera, la palude e il bosco, prima di scorgere il primo villaggio.
“Quello è il feudo vostro?” chiese il giovane.
“No, Ysengrin è più lontano. Quello è Cruach.”
“E non è feudo vostro?”
“No, anzi.”
Subito dopo iniziò a piovere. Per il resto del cammino che li conduceva al villaggio Isidoro rimuginò su cosa intendesse il cavaliere con quell’“anzi”.
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Il racconto è sempre più interessante!
Molto bella la foto scattata da te!
Grazie mille, Cesi! è appena uscita l’ottava, brevissima parte del racconto (con fotografia) e sono in arrivo le prossime.