L’assedio di Pietravento – sesta parte

I cunicoli (Fotografia scattata da me all'interno del castello di Trim, contea di Meath, Irlanda)

I cunicoli degli gnomi

Fu quella notte, la seconda dall’inizio dell’assedio, che Gwenvael d’Ysengrin salutò tutti i suoi amici e compagni d’arme, prese una coltella da popolano e dei vestitacci da viaggio, si caricò in spalla un sacco di provviste e si infilò in uno degli stretti cunicoli che dall’antico quartiere degli gnomi si dipanano sotto le viscere della città, in labirinti sconosciuti ai più. Arrancante dietro di lui c’era un giovane biondiccio, che si trascinava dietro a qualche modo una scomoda gerla.

Isidoro non era ben sicuro di quello che stava facendo, né di farlo nel modo giusto. Era sopravvissuto alla sua prima battaglia. Quando le porte della città si erano chiuse dietro di lui, invece della sicurezza in cui sperava, aveva trovato capannelli di notabili, capi delle corporazioni, nobili troppo vecchi o inetti alla battaglia e persino popolani vocianti che si riunivano in gruppi, gruppetti e assemblee. Tutti discutevano di trono, di successione, di  comando della città, dell’assedio in corso. Le parole “guida”, “erede”, “linea dinastica” si mescolavano con “resistenza”, “cedere”, “condizioni di resa”. Un paio di volte gli era parso che, mentre si aggirava sperduto e sanguinante per le strade, qualcuno a quei capannelli gli gettasse un’occhiata, stringendo il pugnale alla cintura. Non aveva più nessuno, dopo che suo lontano cugino Rosmaro, al cui seguito era giunto in città, era caduto in battaglia, nemmeno il suo cavallo. Attorno a lui facce di donne, bambini, uomini, tutti stranieri e sconosciuti.

Aveva dormito qualche ora in una stalla la notte dopo la battaglia. Nessuno aveva detto nulla, sembravano tutti occupati in altro. La mattina seguente aveva deciso. Era andato in cerca dei Cavalieri del Narvalo, gli unici che avessero fatto qualcosa per lui quando credeva ormai di essere perduto. La giornata stava volgendo al termine allorché venne a sapere che i cavalieri montavano la guardia alla porta di levante. Si era diretto là a passo spedito. Non sapeva cosa avrebbe chiesto loro, non sapeva nemmeno i loro nomi, sperava di incontrare lo scudiero che lo aveva tratto in salvo e magari il cavaliere che serviva, quello che portava la bandiera e che per un attimo l’aveva guardato dritto negli occhi durante la battaglia.

Invece, quando era arrivato alla guardiola della porta, c’era Gwenvael d’Ysengrin, che scendeva dalle scale a passo svelto. Isidoro doveva avere un brutto aspetto, perché il cavaliere si era fermato a squadrarlo. Isidoro era rimasto lì impalato per un attimo, senza parole. Poi, mentre il cavaliere stava per andarsene, aveva notato il mantello rosso dell’ordine.

“Signor Cavaliere, prendetemi con voi, ve ne prego”

 “Chi sei?”

In quel momento anche Anguilème stava scendendo le scale.

“Ah, Gwenvael, questo è Isidoro, cugino del nobile Rosmaro; c’era anche lui alla battaglia ieri.”

La mente di Gwenvael nel frattempo si era messa a fare una serie di ragionamenti complicati, e purtroppo sbagliati.

“Ragazzo, c’è qualcun altro a conoscenza della cosa?”

Isidoro non aveva idea di cosa intendesse il cavaliere.

“No” aveva esitato lui.

“È fidato?” aveva chiesto di nuovo Gwenvael, stavolta al suo commilitone.

“Gentiluomo, sì” aveva risposto Anguilème diplomatico, senza capire di preciso cosa intendesse l’altro.

“Bene, verrai con me. Facciamo in modo che non si sappia troppo del piano finché non siamo a un giorno di cammino dalla città. Evidentemente qualcuno deve avere già parlato troppo.”

“Sei sicuro, Gwenvael? Io non credo che…”

“Preferisco che venga con me piuttosto che stare qui: verrebbero a saperlo tutti. E poi mi porterà fortuna.”

E così ora, senza volerlo, Isidoro si ritrovava parte di un piano che nemmeno lui conosceva, a carponi dentro una galleria scavata dagli gnomi secoli prima, nelle viscere della città.

***

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