L’assedio di Pietravento, libro terzo

Torre d'avvistamento costiera nei pressi di Zurrieq, Malta (fotografia mia)

Incipit liber tertius de Petraventina Obsidione

La chiara ombra di una bianca tenda da campo proteggeva dal sole del mezzogiorno l’intero stato maggiore riunito a tavola, mentre proprio in quel momento un maggiordomo stava servendo a Bovesin della Guivra un piatto di tagliolini al ragù di cervo.

Attraverso gli ampi spazi del padiglione arrivava appena la brezza marina. Nonostante le dimensioni della tenda nulla era sfarzoso. I mobili erano cassoni da viaggio rustici, come il robusto tavolo in legno a cui sedevano i capitani della città del drago. Le loro sedie erano pieghevoli, le stoviglie in legno e peltro, come i boccali in cui i servi stavano ora versando acqua dalle caraffe.

Bovesin rifiutava sempre il vino, tanto che i suoi paggi avevano smesso di portarglielo. Gli altri ufficiali avevano deciso di imitare il comandante. In tutto l’esercito, persino tra i contingenti alleati e le compagnie mercenarie, l’ubriachezza non era tollerata. Nessuno sembrava intenzionato a scoprire in qual modo venisse punita.

Bovesin spezzò la crosta croccante del pane, impastato con acqua marina, dando il segnale che il pranzo poteva iniziare. Oltre a quel boccone di pane, il piatto di pasta con un poco della carne del cervo che i suoi arcieri avevano cacciato nei boschi vicini, e un frutto, il comandante non avrebbe toccato altro cibo.

Fece un cenno all’araldo che stava in piedi davanti al tavolo: “Ascoltiamo il rapporto della giornata.”

“Come da voi ordinato le catapulte hanno aperto durante la notte altre due brecce nelle mura della città. Le compagnie dei Signori di Lido Secco e dei Tre Larici hanno condotto assalti in contemporanea, questa  mattina all’alba, ai bastioni di Maestrale e del Barbacane, lì dove le mura erano state aperte. L’opposizione dalla città così come ci si attendeva, è stata strenua, poiché i Pietraventini avevano ben guarnito quei punti deboli, preparando terrapieni e barricate.”

Bovesin della Guivra annuì e l’araldo riprese:

“L’ammiraglio Briareo ha quindi condotto l’assalto con le scale al baluardo di Ponente dove le mura sono state indicate essere più basse, e subito sono accorsi difensori da Pietravento, guidati dai Cavalieri del Narvalo. Sono quindi partite le bandiere del quarto attacco, al bastione della Carretta, che si presupponeva sguarnito. Ma anche lì subito sono accorsi drappelli della milizia e alcuni cavalieri. Le scale sono state gettate a terra e come avete ordinato si è suonata la ritirata, per evitare di perdere uomini. Il cavaliere Edgar fu visto guidare i difensori…”

Bovesin della Guivra sapeva già tutto quanto. Il sistema di attacchi concordato con staffette e messaggeri doveva mettere alla prova le difese della città. La milizia di Pietravento non poteva presidiare l’intero perimetro delle mura. Era ormai chiaro che erano stati predisposti piccoli distaccamenti pronti a raggiungere punti diversi delle fortificazioni, là dove le sentinelle avvistavano un attacco. Il tutto doveva essere coordinato dai Cavalieri del Narvalo. Ovunque si attaccasse, c’erano almeno uno o due di loro a guidare i difensori. E quell’Edgar sembrava anticipare ogni sua mossa.

Bovesin si spostava da un capo all’altro dello schieramento assediante, metteva campo ogni giorno in un luogo diverso, teneva le truppe attive, conducendole di persona, e Edgar pareva fare lo stesso. La settimana precedente Bovesin aveva guidato  un attacco alle mura e se l’era trovato davanti.

Il resto della cittadinanza si era unito alla milizia. Chi non era impegnato a riparare le mura, aiutava i soldati. Nell’ultimo assalto le sue truppe erano state colpite anche con un pitale. I difensori erano motivati, per ora quantomeno, grazie a quell’uomo.

L’aveva lasciato vivere, il giorno della battaglia, e ora si trovava un avversario onnipresente. Era stato un errore, ma nessuno aveva osato rinfacciarglielo.

“Bene” fece Bovesin, con un cenno cortese all’araldo che aveva terminato il suo rapporto. “Tutto ciò ha distolto l’attenzione dal lavoro alla galleria. Come procede?” chiese, mentre con coltello e forchetta sbucciava un’arancia.

“Gli scavi sono proseguiti tutta la mattinata, e la galleria non è stata scoperta.”

“Per ora” pensò Bovesin. Quegli scaltri degli gnomi di Pietravento non ci avrebbero messo molto per intercettarli e sabotare anche quella, come le cinque gallerie precedenti. Non aveva perso neanche un minatore, ma ogni volta gli gnomi se n’erano usciti con qualcuno dei loro scherzi diabolicamente spiritosi.

“Date ordine di preparare altre due squadre” ordinò. Non sarebbe servito a niente, la terra sotto quella città era un dedalo.

“Signore” interruppe Maneguldo il Maresciallo “Mi sia lecito dirvi: non sarà con le mine che faremo cadere questa città.”

“No” rispose il comandante, lieto di sentire che qualcuno finalmente aveva l’ardire di contraddirlo “certamente. Le gallerie non ci daranno la vittoria, ma sottraggono attenzione ed energie a dei difensori già stanchi. E pensate cosa potrebbero portare via i nostri uomini se anche solo uno di quei tunnel sbucasse in città.”

E a quelle parole tutti pensarono alla secchia.

“Inoltre le catapulte vanno spostate e ricollocate in un altro settore, per aprire nuove brecce. Non potranno ripararle tutte, e anche se lo facessero non potranno presidiarle tutte. E se mandassero anche le loro vecchie e i loro cani sulle barricate, allora manderemo uomini con le scale. Assicuratevi che non vengano danneggiate le case di quei pezzenti durante l’attacco.”

“Signore” fece Messer Cornale “una pietra di catapulta in casa potrebbe danneggiare molto il morale di questa gente, che inizierebbe a rivoltarsi contro i cavalieri.”

“Gente senza casa potrebbe battersi ancor più disperatamente, Messere. Penso che venti pietre di catapulta perfettamente indirizzate, che sfondano due punti diversi nelle mura durante la notte, facciano molto peggio al morale dei nostri nemici, sul quale, tra l’altro, mi tengo ben informato, grazie ad alcuni amici.” Rispose il comandante sorridendo, poi continuò con lo stesso tono pacifico:

“A proposito, Messer Cornale, le bande di cavalleria sono tornate? Caricate tutto il vino che hanno requisito dalle colline circostanti su due navi mercantili qui al porto, e inviatele a Selcevecchia. Il resto dei beni requisiti potete spartirlo tra la truppa.”

“Non si potrebbe inviare alla città l’intera flotta di Pietravento, ora che il porto è in mano nostra?” intervenne ancora Maneguldo.

“Ricordate le due galee nemiche che ho inviato alla città, Maneguldo. Avevo messo cento uomini a bordo, e nonostante i miei ordini il Senato non me li ha ancora mandati indietro. Ho bisogno di più truppe possibili. I senatori forse non lo sanno, ma questa città non la vinceremo con le catapulte, né con le gallerie. Questa città la vinceremo con una battaglia campale.”

Gli ufficiali smisero di mangiare e fissarono il comandante. Il capitano Grisulfo, che a tavola era molto lento, rimase coi tagliolini che gli penzolavano dalla bocca.

“Avete notizie di una sortita dalla città?”

“Di un attacco da fuori” rispose il comandante. “Quali notizie dagli esploratori?” chiese poi all’araldo.

“Verso Bottafoco tutto è tranquillo. Nessun armato uscirà da quella città, tranne quelli che avete già assoldato voi al vostro seguito”

“Gente tranquilla” commentò qualcuno dei capitani.

“E soldati inutili” aggiunse Bovesin. “Continuano a far passare fuggiaschi?”

L’araldo annuì.

“Continuate a tenerli d’occhio allora. E spostateli di nuovo.”

“Signori” aggiunse poi “Se qualcuno muoverà in aiuto di Pietravento sarà dalla Marca. Ho già dato ordine di perlustrare a ponente e ho nascosto esploratori e vedette nei boschi vicini. Istituirete dei reparti di cavalleria che mantengano la zona costantemente pattugliata e comunichino qualsiasi movimento. Sono certo che un esercito nemico non tarderà ad arrivare e per allora tutte le vostre compagnie dovranno farsi trovare pronte. Date disposizioni. Nel frattempo” fece all’araldo “continuate a sorvegliare qualsiasi vagabondo faccia avanti e indietro dalla città.” Poi si volse di nuovo agli ufficiali: “Fermeremo la gente della Marca come abbiamo fatto coi nobili della città. Quando contempleranno la loro sconfitta dagli spalti, i Pietraventini si renderanno conto di non poter sperare più in nessun aiuto. Allora capitoleranno. Bene, queste sono le disposizioni. Al tramonto farò campo al porto. Ora vado a controllare la costruzione della macchina.”

***

La marcia di ritorno a Pietravento fu molto più gradevole di quella d’andata. Le prime sere furono un susseguirsi di feste. Avevano lasciato il cerchio dei re ballando e cantando, e, posto il primo campo al tramonto, la gente si era data ai festeggiamenti suonando arpe, mangiando cinghiale e bevendo cervogia e idromele.

Passato il confine Isidoro aveva assistito a uno strano spettacolo: un vecchissimo bardo aveva iniziato a intonare una canzone con le lacrime agli occhi.  “Canta delle Fate” aveva spiegato Gwenvael allora “Per anni non ha potuto cantare questa canzone, che imparò in viaggio da giovane, con le parole che ora senti.”
Presto altri bardi, dai più anziani ai più giovani, si erano uniti a lui.

Durante le marce, la mattina, la gente lo acclamava e gli portava un sacco di doni che lui non poteva rifiutare. Gli era addirittura parso un paio di volte che una ragazza gli sorridesse. Le sere veniva invitato a sedersi coi capi, che brindavano in suo onore. Isidoro, secondo i consigli del signore di Ysengrin, nominava uno capo dell’avanguardia, uno capo della retroguardia, uno addetto ai rifornimenti e tutti sollevavano i calici senza una protesta. Erano tutti di buon umore e pareva che la gente della Marca fosse sempre andata perfettamente d’accordo.

Più la città si faceva vicina e più Isidoro si preoccupava. Come poteva guidare quell’esercito? Erano guerrieri? O una manica di ubriaconi e di vecchi canterini? Aveva cercato il consiglio di Gwenvael, il quale gli aveva assicurato la lealtà e l’affetto reverenziale dei capi e della gente. Gli aveva suggerito di assegnare incarichi a tutti, ascoltare e parlare con tutti e se non era sicuro di qualcosa, attendere. Qualche volta Isidoro avrebbe voluto discutere sulla strategia da adottare una volta arrivati in vista delle mura della città, ma per Gwenvael era troppo presto. L’importante, diceva, era stabilire una catena di comando chiara. Tutti gli obbedivano, perché era scelto dalle Fate. Bastava che lui ordinasse chiaramente chi facesse cosa, e qualsiasi disposizione sarebbe stata accettata, perché proveniva da lui. Così, diceva, sarebbero stati pronti, qualunque cosa avessero trovato a Pietravento.

***

La bandiera del narvalo sventolava ancora sopra la porta di levante. La Fleur faceva ritorno dalla ronda ai bastioni di Tramontana, attraversando i camminamenti nell’aria fresca della sera. Alla sua destra le luci della città, alla sinistra quelle del campo nemico. Udiva solo il mormori di qualche voce bassa, il verso di un animale, il suono delle onde. Guadalbec era sempre là, sotto la bandiera. Dall’ultimo assalto le sue condizioni erano peggiorate. Forse non sarebbe neanche stato così avventato, se a guidare i nemici non ci fosse stato Bovesin della Guivra in persona. Quando aveva visto il comandante avversario, il cavaliere si era alzato dal suo giaciglio nella torre, aveva afferrato lo spadone e si era gettato contro gli assalitori. L’avrebbe fatto a pezzi, se i suoi soldati non l’avessero trascinato a forza via dalle mura. L’azione aveva però riaperto le ferite di Guadalbec, già gravi, e ormai non gli erano rimaste molte forze. Ora se ne stava seduto fuori, sulle mura, avvolto nel mantello rosso, sorvegliato da Anguilème, che non aveva più abbandonato l’amico.

I due salutarono il cavaliere che tornava dalla ronda. Anguilème gli versò da bere, insieme ascoltarono la bevanda corroborante scrosciare contro le pareti della ciotola di latta. La Fleur portava le notizie della giornata. L’esercito della Marca era arrivato. Da qualche tempo se ne stavano appostati nei boschi a nord-ovest della città, nella zona delle colline, avendo gabbato persino le sentinelle poste dal nemico. Selcevecchia aveva provato a stanarli più volte, con squadroni a cavallo, ma ogni volta erano stati colpiti da imboscate. Da quanto era riuscito a capire non avevano un accampamento, o se c’era si trovava nel cuore della foresta. La maggior parte di quella gente se ne stava in cima agli alberi e avevano reso la foresta inattaccabile per i nemici. Selcevecchia aveva rinforzato le difese ai propri campi e i suoi soldati avevano passato la maggior parte del tempo a trincerarsi contro la nuova minaccia, lasciando relativamente in pace la città. Quelli della Marca ogni tanto si spingevano sotto le loro palizzate, tiravano qualche freccia infuocata, che si spegnava subito, li insultavano e si ritiravano prima che la cavalleria di Selcevecchia li intercettasse. Non potevano fare molto altro, anche perché probabilmente erano in inferiorità numerica, sebbene non si sapessero di preciso le dimensioni dei rinforzi. Quelli della Marca non potevano attaccare gli accampamenti di Selcevecchia e Selcevecchia non poteva attaccare la foresta, da cui voleva far uscire i nemici. La situazione era sostanzialmente uno stallo.

Anguilème aveva smesso di fare commenti. Ascoltava le notizie, sorseggiando la sua bevanda con gli amici. “Meglio di niente” concluse La Fleur “La gente in città sembra incoraggiata.” Anche Guadalbec sorrideva. La Fleur bevve l’ultimo sorso, salutò gli amici e se ne andò a dormire. I due cavalieri rimasero soli.

“Anguilème” fece Guadalbec “Ho scritto una lettera.”

Il cavaliere udì una risata lontana uscire da qualche finestra e una voce di donna, che per un attimo confuse con la voce di qualcun’altra.

***

La luce filtrava a chiazze dalla volta verde della foresta mentre Isidoro avanzava tra un intrico di radici e sentieri appena accennati. A distanze regolari lo salutavano dagli alberi i richiami di uccelli diversi. Guardava in su, ma non riusciva a vedere i suoi soldati nascosti tra le fronde, che annunciavano così il suo passaggio. Solo un paio di volte aveva potuto scorgere delle facce baffute che gli rivolgevano un sorriso raggiante e complice, ma si trovava ancora vicino al cuore della foresta, dove stava nascosto il loro accampamento. Da là partivano ordini e messaggi. Là si stava discutendo da tempo, fin troppo tempo, la strategia per liberare la città. Là arrivavano le notizie, tramite la rete di sentinelle appostate tra le fronde degli alberi, le stesse che ora, invisibili, salutavano il giovane condottiero con richiami di uccelli, orgogliosi di mostrarsi attenti. Erano così bravi a imitare i versi del merlo, della cincia, del fringuello e dell’allodola, che Isidoro non riusciva più a capire se i suoni che udiva provenissero da uomini o animali.

Camminava solo, quella mattina presto, nel groviglio della vegetazione. Quanti erano i nemici? In quale situazione la città? Cosa si poteva fare, oltre a confabulare di strategie? Si sentiva un comandante inutile. Pian piano i suoni del bosco si smorzarono, fino a scomparire del tutto. Era arrivato al limitare della foresta.

Isidoro si guardò indietro e non vide né udì nessuno. Si avvicinò all’ultimo albero e appoggiò una mano sul tronco, scrutando l’orizzonte. I raggi del sole scivolavano sui pendii delle colline digradanti verso la città e scaldavano la piana, le tende del nemico, le sue bandiere colorate e le palizzate, e facevano brillare le mura ferite di Pietravento. L’esercito del drago aveva innalzato una doppia cinta di mura di legno davanti alla città, una contro le sortite dall’interno, l’altra per fermare rinforzi esterni.  All’interno di quell’enorme anello c’erano i campi di Selcevecchia, divisi per bandiere e compagnie, separati da ulteriori fossi e steccati. Davanti alla porta di tramontana torreggiava una mostruosa struttura in legno, una macchina minacciosa e inspiegabile, irta di bracci e pulegge, immobile, come una bestia addormentata.

Nella piana si udivano leggeri i suoni degli accampamenti nemici. Voci tranquille, rumori di stoviglie, come se la gente dietro quelle cortine di pali appuntiti fosse lì per una gita in campagna, e non per cingere d’assedio la città. Isidoro guardò ancora intorno, in cerca di movimenti e alla fine scorse un piccolo manipolo di uomini. Indossavano il costume tipico della Marca e camminavano vicino, pericolosamente vicino alle fortificazioni del campo nemico. Portavano armi, ma non le stavano usando. Le sventolavano semplicemente, in direzione delle sentinelle di Selcevecchia affacciate alla palizzata e iniziavano a levare le loro voci.

“Ladri di pecore, maiali di mare!”

“Alla vostra città picchiate le donne, derubate i bambini e i vecchi! Durante i funerali scassinate la casa ai vostri vicini!”

“Quando i porci vi vedono si vergognano di voi!”

Da dentro l’accampamento qualcuno gli rispondeva: “Tornatevene sui vostri alberi uccellini! Tornate nel pantano! Puzzate come le upupe!”

Erano un gruppo piuttosto numeroso e tra loro c’era anche il vecchio bardo che aveva cantato con le lacrime agli occhi, e ora stava stramaledicendo e lanciando improperi contro il nemico.

Nei primi giorni dopo l’arrivo dei rinforzi i guerrieri della Marca erano scesi qualche volta all’accampamento di Selcevecchia, per lanciare dardi, insulti e in alcuni casi persino sfidare a duello gli avversari. Era più un modo per saggiare le forze del nemico e misurare le sue reazioni. Ben presto i guerrieri avevano imparato a proteggersi dalle frecce coi piccoli scudi e a correre nel bosco prima che le pattuglie di cavalleria li cogliessero in campo aperto. Alla fine erano rimasti solo gli scambi di insulti, ma negli ultimi giorni erano stati proibiti anche quelli. Isidoro si era consultato con Gwenvael e con i capi, non voleva correre rischi inutili. Nessuno doveva allontanarsi dalla foresta o entrare in contatto col nemico senza permesso ed ecco che quegli sciocchi avevano deciso che la mattina fosse perfetta per andare a gridare ingiurie sotto le palizzate di Selcevecchia.

Non si vedevano archi tesi sopra gli spalti di legno, nessun rumore di zoccoli nella piana, ma le temibili bande di cavalleria sarebbero potute sopraggiungere da un momento all’altro e avrebbero spazzato via quella masnada di balordi, compreso il vecchio arnese che li guidava. Isidoro guardò nuovamente dietro di sé: il bosco era vuoto e completamente silenzioso. Non avrebbe saputo dire a quale distanza si fosse lasciato l’ultima sentinella.

Si volse verso la piana, accostò le mani alla bocca e urlò in direzione dei suoi guerrieri.

“Oh! Eh-là!”

Nulla, nessuno l’aveva udito.

Fece un passo avanti, due. Uscì dal bosco, li chiamò di nuovo. Lo scambio di insulti aveva raggiunto proporzioni non indifferenti, la compagnia di guardia si stava radunando sugli spalti per rispondere in coro ai barbari. Isidoro si avvicinò ancora, lasciandosi il bosco alle spalle; gridò, ma inutilmente. Fece ancora qualche passo in avanti, poi iniziò a correre. Il mantello rosso con le frange, regalo della gente della Marca, ondeggiava nell’aria della piana in declivio. La spada nel fodero frusciava contro l’erba alta. Correva da solo, nella terra di nessuno, come un bambino che gioca per i campi a primavera.

***

È così che accadono le cose a volte e la battaglia sotto le mura di Pietravento non fu di certo l’unica ad andare in questo modo. Sta di fatto che un paio di sentinelle silenziose della Marca, appostate al limitar del bosco, videro Isidoro correre da solo, nel suo mantello rosso, contro le linee nemiche e diedero la notizia:

“Il ragazzo delle Fate corre da solo contro al nemico!”

Passavano la voce all’albero più vicino, poi senza pensare ad altro si gettavano giù dal ramo con le armi in pugno e correvano a battersi per il loro signore.

La compagnia di Poggio Scuro, nell’accampamento di Selcevecchia, avvistò per prima l’assalto. Buona parte dei soldati erano già sulla palizzata, a sghignazzare e urlare insulti contro la gente della Marca. Ci vollero diversi istanti perché qualcuno notasse i movimenti al limitare del bosco. La gente veniva fuori sparpagliata, senza formazioni. Erano gruppi di schermaglia? Un’esca? L’intero esercito che dava battaglia? Una decina, due, dieci… le urla dei guerrieri crescevano in un ruggito mentre si riversavano fuori dalla foresta. Qualcuno afferrò la fune della campana sulla torre d’avvistamento e si mise a scuoterla forsennatamente.

“Attaccano, allarme, attaccano!”

Sentendo i passi di corsa dietro di sé Isidoro si era voltato sgomento. Quando finalmente capì, cercò di fermare i suoi uomini. “No, no” diceva, “tornate indietro, dobbiamo aspettare gli ordini, non capite.” I più vicini si erano fermati attorno a lui, confusi, qualcuno si voltava, facendo dei cenni ai compagni più arretrati. Il bosco però continuava a gettare fuori guerrieri in tunica gialla, che correvano brandendo i giavellotti, le spade e i piccoli scudi. Qualcuno aveva notato il mantello rosso di Isidoro e correva nella sua direzione, ma ormai era troppo tardi. Un’onda, una valanga umana era partita e non c’era più modo di arrestarla. Ancora una volta Isidoro si trovò alla guida di qualcosa che non aveva iniziato lui.

Solo che stavolta si girò, sfoderò la spada e continuò la carica verso l’accampamento nemico, urlando.

Dietro le palizzate era il caos. Pentole rovesciate per terra, cavalli che galoppavano di qua e di là, ufficiali che accorrevano all’erta calcandosi in testa l’elmo e dando ordini contraddittori. Le staffette avrebbero presto informato Bovesin della Guivra, di certo il comandante aveva pronto un piano, di certo i rinforzi sarebbero arrivati da lì a qualche momento.

Una carica a cavallo ben ordinata avrebbe sicuramente spazzato via quella marmaglia, ma non arrivò nessuna carica. L’agile fanteria leggera della Marca del resto copriva le distanze in brevissimo tempo, evitava le frecce dei pochi arcieri di Selcevecchia che già abbandonavano le postazioni e scavalcava a balzi i fossati. Quando Isidoro arrivò urlante ai piedi delle palizzate nemiche ci trovò i suoi guerrieri, o i guerrieri non sapeva di chi a questo punto, ad ogni modo quei pazzi furiosi, che avevano scagliato i giavellotti contro gli spalti, sgomberandoli temporaneamente da presenze inopportune, e stavano adoperandosi a scalare la palizzata come meglio potevano, formando gradini con le braccia, i corpi e gli scudi, oppure piantando le daghe nel legno e issandosi a forza. Un tizio coi baffi, come tutti quei folli maledetti del resto, gli indicò qualcosa – parlare era ormai inutile tanto era il chiasso che veniva giù dalla foresta e rimbombava nella pianura – una ridicola scalinata formata dagli scudi dei guerrieri arrampicati l’uno sull’altro, che arrivava quasi fino al posto di guardia di uno dei cancelli nella palizzata.

“Ah sì” pensò Isidoro, ormai fuori di sé, “Volete fare i matti? Adesso vi faccio vedere io il matto”. E senza attendere altro, si lanciò di corsa su per quel percorso traballante, riprendendo a urlare.

Ciò che ricordava del resto di quegli attimi era lui che continuava a sgolarsi in cima alle mura, stranamente vuote tranne che per una sola persona, gli altri guerrieri che lo seguivano e i portoni dell’accampamento che venivano spalancati alla marea sciamante e ruggente. Poi la persona che l’aveva preceduto sugli spalti gli si era avvicinata e l’aveva coperto con lo scudo e poco dopo altri l’avevano imitata, improvvisando una sorta di guardia d’onore. I guerrieri della Marca scorgevano il mantello di Isidoro in cima alle palizzate nemiche, e urlavano di trionfo per la prima conquista. Gli arcieri di Selcevecchia avrebbero potuto tirare facilmente a quello stesso mantello rosso, ma avevano altro a cui pensare. Isidoro alzava la spada e urlava. Qualcuno da dentro il campo iniziava ad appiccare incendi.

Isidoro si girò per un attimo e vide che quella che lo stava coprendo con lo scudo era una ragazza. Aveva circa la sua età e i capelli rossi. Era quella che forse gli aveva sorriso un paio di volte nelle settimane precedenti. Era sicuramente matta.

***

Quel mattino la luce rendeva il mare davanti a Pietravento di un colore che Guadalbec aveva visto soltanto nelle acque settentrionali, molto lontano da lì, e negli occhi di una donna, molto tempo prima.

Stava sorridendo quando La Fleur Entrò di corsa nel torrione della porta di levante.

“Battaglia! Diamo battaglia!” annunciò, facendo trasalire Anguilème e tutti gli altri presenti. “Quelli della Marca hanno attaccato il campo nemico a tramontana, alcuni accampamenti sono già in fiamme!”

“Sortita?” chiedeva qualcuno, incespicando nell’armatura.

“Due distaccamenti della milizia escono a tramontana e a mezzogiorno, noi carichiamo verso gli accampamenti del porto, contro quel cane di Bovesino.”

“E a ponente?” chiedeva lo stesso cavaliere, cingendo la spada dopo aver rinunciato a corazzarsi.

“Bottafuoco” fu l’unica risposta del trafelato La Fleur, accompagnata da un’alzata di spalle.

“Edgar è qui sotto coi cavalli, noi dell’ordine carichiamo insieme.” Aggiunse poi, prima di ridiscendere di corsa le scale, seguito dagli altri armigeri. Anguilème arrivò per ultimo, dopo aver tolto dai bastioni lo stendardo col narvalo, per portarlo un’ultima volta sul campo di battaglia. Si guardò intorno, ma sul suo giaciglio vicino alla finestra del torrione Guadalbec non c’era più.

I cavalli dell’ordine, tra i pochi sopravvissuti alla battaglia e non impiegati dalle staffette e gli ufficiali che stavano portando i comandi per la sortita, erano schierati davanti alla porta e già bardati. Edgar Fieroscudo era in arcione e alla sua sinistra, sul cavallo Valanga, c’era Guadalbec, pallidissimo. Quando Anguilème montò sul suo destriero, alla destra dell’amico, questi si voltò verso di lui, sorridendo.

“Legami alla sella” chiese. Solo allora Anguilème si accorse che Guadalbec non portava la spada.

***

I capiclan della Marca arrivarono per ultimi sul campo di battaglia, seguiti dai loro galloglassi, i guerrieri giurati della guardia, con le armature d’anelli e le grosse asce. Quando Gwenvael terminò di organizzarli in una compatta retroguardia e di schierarli a presidio dei punti strategici, per prevenire il sopraggiungere di rinforzi nemici, grosse sezioni degli accampamenti di tramontana erano già in fiamme e l’enorme macchina torreggiante iniziava a piovere in tizzoni e brandelli infuocati sulle tende dei soldati di Selcevecchia.

La compagnia di Poggio Scuro, che sorvegliava la parte di accampamento attaccata per prima, aveva deciso che poteva benissimo ritirarsi e difendere in profondità, dato che Bovesin della Guivra non faceva pervenire ordini, rinforzi non se ne vedevano da nessuna parte e il campo di Selcevecchia era diviso al suo interno da altri fossi, steccati e settori. La loro ritirata non esattamente ordinata tuttavia non contribuì a mantenere il sangue freddo nell’esercito di Selcevecchia. Quando le prime bande di cavalleria finalmente sopraggiunsero, si trovarono intralciate dai fossati del loro stesso accampamento, e i galloglassi ebbero gioco facile a respingerle. Nel frattempo altri incendi divampavano. Gli unici che sembravano mantenere la calma erano i soldati di Bottafoco, negli accampamenti a ponente.

***

In quegli attimi si spalancavano tre delle quattro grandi porte di Pietravento. A tramontana uscì un grosso distaccamento della milizia, che corse subito a dare man forte agli alleati della Marca. Verso sud si mosse l’attacco più rischioso. Un altro grosso istrice, composto da più di metà della milizia cittadina attaccò le linee degli assedianti. Selcevecchia evitò accuratamente di affrontarli in campo aperto, preferendo aspettare i pietraventini dietro fortificazioni che non sarebbero mai riusciti a sfondare. La sortita non avrebbe avuto successo laggiù, se non che alcuni gnomi, passando da cunicoli noti solo a loro, sbucarono proprio negli accampamenti di meridione e si diedero a liberare cavalli e bestiame e incendiare tende e depositi, complicando non poco le cose al nemico.

***

Quando la porta di levante si spalancò sul cielo azzurro la luce investì i Cavalieri del Narvalo. I cavalli dilatarono le froge, inspirando l’aria di mare che il vento portava dalla spiaggia di fronte a loro. La schiera si mosse in silenzio, l’unico ordine un cenno di Edgar Fieroscudo. Attraversarono il portale in fila per ridisporsi in due larghe linee appena fuori, i cavalieri dell’ordine, gli scudieri e una manciata di altri combattenti. La bandiera del narvalo sventolava al centro esatto dello schieramento, le insegne di Bovesin della Guivra dritte di fronte. Edgar afferrò le briglie del cavallo di Guadalbec alla sua sinistra e l’intero gruppo si slanciò in avanti al trotto.

Nel suo accampamento sulla spiaggia del porto Bovesin della Guivra vide le porte di Pietravento aprirsi e la schiera di cavalieri uscirne fuori con le insegne spiegate. Diede alcuni ordini ai suoi ufficiali, poi li congedò. Radunò la sua guardia personale, calò l’elmo sul volto e imbracciò la lancia. Quando montò a cavallo nessuno poté scorgere sotto la celata la sua espressione.

I Cavalieri del Narvalo videro i nemici venir loro incontro e il trotto dei cavalli divenne galoppo. Anguilème si girò. Edgar aveva lasciato le redini di Guadalbec per meglio imbracciare lo scudo; nella destra stringeva solo la spada. Sulla spiaggia davanti al mare le schiere opposte erano ormai vicine. Le lance si abbassarono.

Si racconta che quando Edgar Fieroscudo scorse Bovesin della Guivra, capitano generale di Selcevecchia, gli si fece innanzi per affrontarlo. Anguilème, i Cavalieri del Narvalo e chi era presente a quella battaglia lo videro di persona. Riconobbe il comandante nemico nonostante il capo coperto dall’elmo, l’armatura brunita, senza insegne, e si staccò da tutto il gruppo, spingendo in avanti Rondine, il suo destriero.

Bovesin non fece nessuno dei suoi trucchi quella volta, ovvero forse il suo trucco fu di fare quello che non ci si aspettava da lui, cioè la cosa ovvia: strinse con forza la lancia e la puntò dritta contro il nemico, come a una giostra. L’impatto della cuspide d’acciaio contro lo scudo di Edgar e il fracassarsi dell’asta di frassino scossero la piana con un rumore spaventoso. Il Cavaliere del Narvalo resse l’urto mostruoso, rimanendo saldo in sella  e mentre il nemico gli passava accanto si alzò sulle staffe e lo colpì con la spada sull’elmo, con tutta la forza che aveva in corpo.

Il generale nemico cadde da cavallo e rotolò nella sabbia, sparendo dalla scena, sommerso pochi attimi dopo dal chiasso della mischia. Nessuno sa con precisione come sopravvisse, si dice portato via in sella da uno dei suoi cavalieri che presto si volsero per fuggire, oppure raccolto da uno dei paggi che cercavano di mettere in salvo i loro padroni nella rotta generale che seguì di lì a poco. Di certo indossava una buona armatura, giacché non si spezzò l’osso del collo e non morì calpestato dagli zoccoli dei cavalli.

La caduta del generale fu il colpo di grazia per le schiere di Selcevecchia. L’accampamento sul mare fu il primo ad essere abbandonato, con così tanta fretta che nessuno ebbe tempo di dare fuoco alla flotta di Pietravento, ancora lì ormeggiata, né di rubare le navi per mettersi in salvo. La gente fuggiva a nord e a sud, a piedi e a cavallo, mentre i Cavalieri del Narvalo imperversavano nel campo nemico, roteando le spade e creando più confusione che altro.

Negli accampamenti a mezzogiorno i Selcevecchiesi videro i commilitoni sopraggiungere in fuga dalla spiaggia e, approfittando del fatto che il grosso istrice della milizia di Pietravento non fosse ancora riuscito a scavalcare le loro palizzate, decisero di abbandonare il campo. Li avrebbe aspettati una lunga marcia.

A tramontana ormai tutto era perduto. Metà degli accampamenti e delle fortificazioni bruciavano quando iniziò a diffondersi la notizia che Bovesin della Guivra era stato abbattuto in duello. Siccome la strada per Selcevecchia era proprio alle loro spalle, i soldati abbandonarono qualsiasi proposito di difesa in profondità e si misero a correre verso casa, lasciandosi alle spalle tende, pentole, bottini, asini e masserizie varie.

Quando le prime truppe pietraventine arrivarono agli accampamenti di ponente, ci trovarono la gente di Bottafoco, praticamente disarmata, come se si fosse trovata lì per sbaglio durante una passeggiata. Fu concordato tra ufficiali che se ne tornassero a casa dopo aver fatto i bagagli.

Sulla spiaggia, tra le rovine dell’accampamento nemico, La Fleur vedeva un piccolo distaccamento di fanti pietraventini in fretta dalla città raggiungerli. Occupavano il porto e si schieravano a protezione delle navi. Da nord giungeva distante il suono di canti, musica della Marca delle Fate. Non lo vedevano, ma i guerrieri dei clan stavano portando in trionfo, dopo esserselo issato sulle spalle, un ragazzo col mantello rosso. Attorno era solo il rumore delle onde, nitrito di cavalli.

Anguilème si voltò. C’era un cavallo bianco in mezzo all’accampamento desolato, fermo, con la testa bassa. In sella un uomo alto, altrettanto immobile. Guadalbec era morto.

***

Finì così, sul termine della primavera, quell’assedio di Pietravento dell’anno 1234. Selcevecchia si ritirò e per un certo tempo rimase tranquilla. A Pietravento si tennero grandi festeggiamenti e si iniziò la costruzione delle mura che collegano ancora oggi la città al porto. Qualcuno per celebrare propose di versare una libagione di cervogia sulla Pietravento, ma siccome nessuno sa dov’è, l’intera piazza centrale della città fu innaffiata di birra.

Ma soprattutto, dopo quella battaglia, furono eletti due grandi capi. Per le gesta di coraggio, per la fermezza e il senso del dovere e spirito di sacrificio, il titolo di secondo Gran Maestro dell’Ordine del Narvalo fu conferito, per decisione unanime dell’Ordine e col plauso della cittadinanza, a Edgar Fieroscudo. Mentre un ragazzino biondo, che si era trovato lì per caso, o forse sempre al momento giusto, divenne Re Isidoro di Pietravento, acclamato a furor di popolo, e di lì a poco tempo sposò una ragazza della Marca con i capelli rossi.

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