L’assedio di Pietravento, libro secondo

Corvo a Cashel
Corvo appollaiato alla Rocca di Cashel o Rocca di San Patrizio o Cashel dei Re, contea di Tipperary, Irlanda (fotografia scattata da me)

Incipit liber secundus de Obsidione Civitatis Petraventi

Seduto contro un muro alla porta di levante, respirando piano al ritmo delle onde, il cavaliere di Guadalbec si perdeva con lo sguardo nel mare, oltre la spiaggia del porto. Era coperto di bende. Qualsiasi movimento gli dava dolore. Ascoltava le onde, inspirava l’aria salata.

Di lontano si vedevano agitarsi piccoli soldati e bandiere nemiche che occupavano il litorale. Guadalbec staccò lo sguardo dall’orizzonte e lo posò sui volti dei compagni che stavano assieme a lui sul bastione. Anguilème, La Fleur, Edgar, Gwenvael. Sorrise, i suoi amici ricambiarono debolmente. Era pallido.

“Vecchio amico” fece Gwenvael d’Ysengrin “sei fatto di roccia!”

Guadalbec sorrise di nuovo, tentò anche di ridere, ma fu scosso da una fitta e tossì dolorosamente. I suoi compagni gli porsero dell’acqua e lo aiutarono a sedersi meglio.

“Grazie” disse poi “a tutti voi.” Guardò di nuovo la spiaggia. “Cosa è successo?”

“Siamo usciti con la milizia” rispose di nuovo Gwenvael “Edgar, La Fleur e gli altri sono corsi per la città a radunarla. Abbiamo fatto più in fretta che potevamo ma i nobili di Pietravento si erano già buttati alla carica senza attendere ed eravate rimasti veramente in pochi quando siamo arrivati.”

Guadalbec doveva aver perso molto sangue perché a quel punto non si ricordava più nulla. I suoi commilitoni lo avevano raccolto dietro agli scudi, ridotto a un puntaspilli, e cercavano di stringersi intorno al vessillo del Narvalo, raccontava Gwenvael.

Al suono di corni e tamburi la regia milizia cittadina aveva accelerato il passo subito fuori dalle porte della città, rallentando per un attimo l’avanzata delle fanterie nemiche, sorprese da quella sorta di minaccioso porcospino gigantesco fuoriuscito dalle mura cittadine.

La milizia muoveva dritta verso lo schieramento avversario, mentre alcune veloci squadre di spadaccini e arcieri si staccavano per sopraffare i nemici più isolati e raccogliere gli amici sopravvissuti. Fu una di quelle squadre, guidata proprio da Gwenvael d’Ysengrin, a raggiungere i cavalieri del Narvalo superstiti prima che il grosso della milizia impattasse contro la schiera nemica.

Edgar sapeva che la milizia da sola non avrebbe potuto fermare l’intero esercito di Selcevecchia. Nonostante l’ottimo addestramento impartito da Gunther, si trattava pur sempre di artigiani e contadini, non soldati di mestiere. Per questo, dopo il primo scontro, aveva dato il via a una lenta e lunghissima manovra di ritirata. Mentre i gruppetti di guerrieri più agili si davano il cambio nel trascinare via i pochi superstiti e nel bersagliare il nemico, rallentandone l’avanzata, il grosso istrice rinculava pian piano verso la sicurezza delle mura cittadine. Per tutto quel tempo Edgar era rimasto in prima linea, dando ordine di ripiegare solo dopo essersi personalmente assicurato di aver steso i migliori, o almeno i meno peggiori tra i cavalieri di Selcevecchia.

Halec lo gnomo aveva cainato non poco quando si era trattato di tenere aperta per un’altra volta la porta di tramontana, permettendo a tutte le truppe di rientrare, prima che anche il nemico, che stava loro praticamente addosso, fosse dentro.

A quel punto tra le fila avversarie era comparso il comandante nemico, Bovesin della Guivra in persona. Con la sua infida manovra di cavalleria, spiegò Gwenvael, aveva portato tutti i suoi cavalieri a occupare il porto di Pietravento, che a quel tempo non era ancora congiunto alla città dalle lunghe mura che si vedono oggi. Una volta assicuratosi di aver tagliato la città da qualsiasi possibilità di rifornimento e di contatto col mare, per lei così importante, Bovesin se n’era tornato a controllare come si diportavano sul campo i suoi. Quando era sopraggiunto alla porta di tramontana, a capo scoperto, sulla sua cavalluccia bianca, c’era Edgar da solo davanti alle porte, lo scudo ridotto a una tavola lacera e sbrecciata, con numerose frecce conficcate dentro, mentre spingeva indietro le punte delle lance nemiche e intanto urlava come un disperato di chiudere le porte. Halec lo gnomo si mangiava le mani, Anguilème aveva le lacrime agli occhi, i cavalieri del Narvalo ancora in piedi davano l’addio con lo sguardo al loro confratello, quand’ecco che dalle fila di Selcevecchia giunse l’ordine di fermarsi. Era Bovesin della Guivra che da sotto le sue sopracciglia scure, con occhi altrettanto scuri fissava Edgar. Si toccò la fronte e chinò il capo, salutandolo da cavaliere.

La città quella sera era folle, mentre tutti si preparavano all’assedio. C’era chi diceva che Edgar aveva salvato la città e già lo chiamava col nome con cui poi fu ricordato, “Fieroscudo”. Altri malignavano sul gesto di Bovesin, sostenendo che fosse la prova di un accordo segreto col cavaliere di Pietravento. C’erano alcuni che volevano scogliere seduta stante l’Ordine del Narvalo, altri che chiedevano di consegnare le chiavi della città – e furono picchiati – ma altri ancora dicevano che, se mai qualcuno di Selcevecchia fece qualcosa di buono, quello fu Bovesin della Guivra, quando salutò con rispetto, da cavaliere, il suo avversario Edgar Fieroscudo.

Le onde mandavano riflessi color rame, l’aria del giorno aveva una sorta di malinconia violetta.

“Che ore sono?” chiese Guadalbec.

“È quasi il tramonto” rispose Edgar.

“Mi sono perso tutta la giornata?” provò a chiedere il cavaliere ferito.

“Prima dell’alba hanno provato ad attaccare: un gruppo di Selcevecchiesi, al bastione della Carretta.” Riprese Gwenvael. “Venivano su dalla zona degli orti, ma li ha visti Margherita la fornaia, che si è messa a chiamare gente e a picchiarli con il mattarello. Una baruffa splendida. Per il resto non ti sei perso nient’altro. Il nemico se n’è stato buono, a scavare trincee tutto il giorno. La gente in città litiga per il comando.”

Guadalbec digrignò i denti. Neanche di fronte al disastro quella città riusciva a stare unita?

“Ma sembra che sia stato trovato un accordo. I capi delle Arti e delle Corporazioni cittadine si sono ripartiti i compiti. Gli ufficiali della milizia sono gente affidabile, loro concittadini. Noi dell’ordine si partecipa al consiglio di guerra insieme agli altri e ci si attiene alle decisioni.”

“Bene” fece Guadalbec, l’espressione del volto che si distendeva per un attimo.

Poi tornò a guardare il mare di rame, il viavai di piccole ombre nere di uomini e cavalli sulla spiaggia. Guardò, sospirò e non disse niente. Perché la città avrebbe certo resistito, i suoi abitanti sarebbero stati coraggiosi, le provviste potevano durare per un po’, ma l’esercito di Selcevecchia era grande, il più grande che si fosse visto da molto tempo, e poteva starsene seduto lì, sulla spiaggia e attorno alle mura, e a Pietravento non sarebbe arrivato più soccorso, né cibo, e prima o poi sarebbero stati sconfitti.

“Questa notte Gwenvael va a cercare aiuto” disse Edgar con calma.

Guadalbec fissò lo sguardo sull’amico. “Vado alla Marca delle Fate” disse quello, mettendo su il suo solito ghigno. “Sono Signore d’Ysengrin dopotutto, la gente là ancora mi ascolta. E quelli della Marca amano menar le mani.”

“Come farai a passare?”

“Ho parlato con gli gnomi della città. Ci sono certi cunicoli. Stanotte esco da sud.”

Al che Guadalbec fece una faccia perplessa, perché la Marca delle Fate era a occidente, ma evitò di far domande, sia perché Gwenvael d’Ysengrin se ne usciva sempre con dei piani astrusi, che all’inizio capiva solo lui, sia perché in quel momento gli faceva male parlare troppo.

“Tra gli accampamenti nemici a sud abbiamo visto alcune bandiere della città di Bottafoco.”

Guadalbec era ancora più perplesso, perché Bottafoco era sempre stata in buoni rapporti con Pietravento. Rinunciò a fare la faccia perplessa, perché ormai era doloroso pure quello.

“Mercenari probabilmente” disse il cavaliere d’Ysengrin “o gente obbligata da qualche giuramento. Comunque gente che non ce l’ha troppo a morte con noi. Lì per riempire i loro ranghi e guardare le retrovie e i punti meno pericolosi. E si dà il caso che sappia la loro parola d’ordine, perché” fece Gwenvael, cercando di evitare all’amico ulteriori, dolorose perplessità “ho parlato con un arrotino che viene da Bottafoco, e che conosce tutti gli strani gerghi e le parlate di quella gente errante. Uno di quelli che durante gli assedi fanno la spola da uno schieramento all’altro, e che tutti lasciano stare. Per qualche moneta ha detto cose interessanti. Quindi stasera me ne vado fuori, passo da sud, allungando la strada per le campagne e poi raggiungo la Marca, attraverso boschi e villaggi, mando gente di Ysengrin a radunare tutti i clan sotto le armi, e torno il prima possibile.”

“Bene.” Disse di nuovo Gauadalbec. Respirò, sorrise. C’era ancora speranza.

“Ci vediamo presto” disse Gwenvael tendendo la mano al suo amico.

“Ti aspetto” rispose Guadalbec, stringendola debolmente “Stai attento.”

A quel monito Gwenvael avrebbe risposto come al solito, con la sua espressione sorniona: “Un mio antenato ha sposato una fata, sai.” Ma in quel momento non gli riuscì. Sorrise e basta, per l’ultima volta, al suo amico.

***

Fu quella notte, la seconda dall’inizio dell’assedio, che Gwenvael d’Ysengrin salutò tutti i suoi amici e compagni d’arme, prese una coltella da popolano e dei vestitacci da viaggio, si caricò in spalla un sacco di provviste e si infilò in uno degli stretti cunicoli che dall’antico quartiere degli gnomi si dipanano sotto le viscere della città, in labirinti sconosciuti ai più. Arrancante dietro di lui c’era un giovane biondiccio, che si trascinava dietro a qualche modo una scomoda gerla.

Isidoro non era ben sicuro di quello che stava facendo, né di farlo nel modo giusto. Era sopravvissuto alla sua prima battaglia. Quando le porte della città si erano chiuse dietro di lui, invece della sicurezza in cui sperava, aveva trovato capannelli di notabili, capi delle corporazioni, nobili troppo vecchi o inetti alla battaglia e persino popolani vocianti che si riunivano in gruppi, gruppetti e assemblee. Tutti discutevano di trono, di successione, di  comando della città, dell’assedio in corso. Le parole “guida”, “erede”, “linea dinastica” si mescolavano con “resistenza”, “cedere”, “condizioni di resa”. Un paio di volte gli era parso che, mentre si aggirava sperduto e sanguinante per le strade, qualcuno a quei capannelli gli gettasse un’occhiata, stringendo il pugnale alla cintura. Non aveva più nessuno, dopo che suo lontano cugino Rosmaro, al cui seguito era giunto in città, era caduto in battaglia, nemmeno il suo cavallo. Attorno a lui facce di donne, bambini, uomini, tutti stranieri e sconosciuti.

Aveva dormito qualche ora in una stalla la notte dopo la battaglia. Nessuno aveva detto nulla, sembravano tutti occupati in altro. La mattina seguente aveva deciso. Era andato in cerca dei Cavalieri del Narvalo, gli unici che avessero fatto qualcosa per lui quando credeva ormai di essere perduto. La giornata stava volgendo al termine allorché venne a sapere che i cavalieri montavano la guardia alla porta di Levante. Si era diretto là a passo spedito. Non sapeva cosa avrebbe chiesto loro, non sapeva nemmeno i loro nomi, sperava di incontrare lo scudiero che lo aveva tratto in salvo e magari il cavaliere che serviva, quello che portava la bandiera e che per un attimo l’aveva guardato dritto negli occhi durante la battaglia.

Invece, quando era arrivato alla guardiola della porta, c’era Gwenvael d’Ysengrin, che scendeva dalle scale a passo svelto. Isidoro doveva avere un brutto aspetto, perché il cavaliere si era fermato a squadrarlo. Isidoro era rimasto lì impalato per un attimo, senza parole. Poi, mentre il cavaliere stava per andarsene, aveva notato il mantello rosso dell’ordine.

“Signor Cavaliere, prendetemi con voi, ve ne prego”

 “Chi sei?”

In quel momento anche Anguilème stava scendendo le scale.

“Ah, Gwenvael, questo è Isidoro, cugino del nobile Rosmaro; c’era anche lui alla battaglia ieri.”

La mente di Gwenvael nel frattempo si era messa a fare una serie di ragionamenti complicati, e purtroppo sbagliati.

“Ragazzo, c’è qualcun altro a conoscenza della cosa?”

Isidoro non aveva idea di cosa intendesse il cavaliere.

“No” aveva esitato lui.

“È fidato?” aveva chiesto di nuovo Gwenvael, stavolta al suo commilitone.

“Gentiluomo, sì” aveva rispsto Anguilème diplomatico, senza capire di preciso cosa intendesse l’altro.

“Bene, verrai con me. Facciamo in modo che non si sappia troppo del piano finché non siamo a un giorno di cammino dalla città. Evidentemente qualcuno deve avere già parlato troppo.”

“Sei sicuro, Gwenvael? Io non credo che…”

“Preferisco che venga con me piuttosto che stare qui: verrebbero a saperlo tutti. E poi mi porterà fortuna.”

E così ora, senza volerlo, Isidoro si ritrovava parte di un piano che nemmeno lui conosceva, a carponi dentro una galleria scavata dagli gnomi secoli prima, nelle viscere della città.

***

Erano sbucati in mezzo al nulla, a diverse pertiche di distanza dalle mura cittadine. Avevano strisciato e camminato ripiegati in due verso le linee nemiche, incespicando al buio. “Quando uscite, sempre dritti” aveva detto lo gnomo che gli aveva indicato il cunicolo. Gwenvael strabuzzava gli occhi, cercando di scorgere le insegne della città di Bottafoco. Facile a dirsi. Quando dall’accampamento si levò un “Chi va là!?” Isidoro raggelò. “Amici” disse invece il cavaliere d’Ysengrin. “Parola d’ordine” fu domandato dal buio, in risposta. Al che Ysengrin farfugliò qualcosa in un dialetto strano, aggiungendo qualcosa sulle pietre coti. Ricevettero in risposta un fischio. Era un fischio d’assenso? Avanzarono, sempre piegati in due, andarono a sbattere contro un carro e nessuno disse niente. Passarono oltre. Alcune ombre, alcuni movimenti, braci qua e là nel buio. Erano oltre le linee. Quelli di Bottafoco, si sa, sono gente tranquilla.

Le settimane seguenti furono un lungo cammino tra i campi, in direzione sud, poi sud-ovest, spostandosi pian piano sempre più verso occidente. I due dormivano nei fossi di campagna e mangiavano le poche provviste. A nessuno dei due piaceva particolarmente. I piedi facevano male e si cercava di accendere fuochi il meno possibile, almeno nei primi giorni, per evitare che i nemici, spintisi nelle terre circostanti alla ricerca di bottino e polli da rubare, li scovassero. Di notte, le uniche luci erano le lucciole che svolazzavano piano nei campi.

Poi le cose migliorarono leggermente, anche se i fossi e le siepi erano sempre scomode. Una sera, davanti al loro primo bivacco decente, Gwenvael chiese a Isidoro come aveva saputo che stava preparando quella sortita. Isidoro rispose che non l’aveva saputo affatto, stava cercando i Cavalieri perché erano le uniche persone che lo avevano salvato in battaglia e per caso aveva incontrato lui.

“Ah” fece Gwenvael, masticando del pane secco. Rimase in silenzio per un po’, come uno che medita su una castronata. “Poco male” fece poi “Mi porterai comunque fortuna.”

La terra pian piano cambiava. Non era più solo campagna. Gli alberi avevano un aspetto più solenne, gli uccelli cantavano cose diverse, gli animali apparivano e sparivano come fantasmi. Quando videro il primo menhir, piantato in mezzo al nulla come un monito, Gwenvael stese la mano.

“Da lì inizia la Marca. Passato quel confine, guai a parlare delle Fate. Non si menzionano. Non starebbe bene.”

 Isidoro fece un cenno d’assenso col capo.

Proseguirono ancora nel nulla, tra la brughiera, la palude e il bosco, prima di scorgere il primo villaggio.

“Quello è il feudo vostro?” chiese il giovane.

“No, Ysengrin è più lontano. Quello è Cruach.”

“E non è feudo vostro?”

“No, anzi.”

Subito dopo iniziò a piovere. Per il resto del cammino che li conduceva al villaggio Isidoro rimuginò su cosa intendesse il cavaliere con quell’“anzi”.

***

Non c’era un vero sentiero che portava a Cruach, figuriamoci una strada. C’era solo una specie di traccia da animali selvatici, un poco d’erba calpestata.

Da lontano si vedevano casupole di sassi, a volte intonacate, coi tetti di paglia o di ardesia scura. Isidoro e Gwenvael udirono la voce di alcuni bambini e un calpestio bagnato. I bambini erano lì, sulla soglia di una casa. Un maschio e una femmina, i capelli a zazzera, le tuniche sporche. Dietro di loro la mamma, una donna coi capelli rossi, avvolta in uno scialle di lana, che li fissava. Nessuno disse niente. La donna, i bambini, Gwenvael: tutti zitti. Il cavaliere fece solo un cenno col capo e proseguì sotto la pioggia, senza aspettare una risposta.

Più avanti si aprirono altre porte. Altre donne con gli scialli, altri mocciosi, anche uomini adulti. Alcuni vecchi decrepiti, alcuni nel pieno delle forze, tutti con larghe tuniche giallo zafferano, maniche larghe, lunghe fino al ginocchio. Qualcuno con delle brache a scacchi, qualcuno senza brache. Un gran numero di loro coi capelli fulvi, la maggior parte coi baffi. Tutti con l’aria di gente che brandisce una scure per lavorare nel bosco o per mozzare teste. Nessuno salutava.

“Li conoscete?” chiese Isidoro.

“Non ci torno da tanto.”

“Ci ospiteranno?”

“Non si nega a nessuno.”

“È gente amica?” chiese ancora.

Ma si sentì soltanto il rumore della pioggia.

***

A Isidoro sembrava di capire che nella Marca delle Fate le domande non ricevevano una risposta chiara. Quando la ricevevano non era mai diretta. A quanto pareva, la gente di Cruach ce l’aveva a morte con quelli di Ysengrin, perché, ai tempi remoti in cui la gente di Cruach ancora non abitava a Cruach, costoro avevano perso una mucca, che vagando nella nebbia era finita nei campi di Ysengrin, e quegli altri se l’erano tenuta. Ysengrin sosteneva che la mucca fosse andata da loro di propria spontanea volontà – la mucca tra l’altro aveva passato il resto dei suoi giorni pascolando pacificamente nei campi d’Ysengrin – ma Cruach considerava la cosa un furto, e stando ai codici d’onore e alle leggi che i bardi della Marca si tramandavano oralmente, quelli di Cruach avrebbero dovuto vendicarsi. A dirla tutta, non l’avevano mai fatto, rimandando la cosa di generazione in generazione. Solo che, sempre secondo le leggi della Marca, una vendetta rimandata aumentava di entità per ogni generazione che passava, e per come stavano le cose a quei tempi, la gente di Cruach aveva il diritto, nonché il dovere, di far fuori il Signore d’Ysengrin in persona. Se non che, Gwenvael d’Ysengrin era di ritorno da Pietravento. E per quanto la gente della Marca considerasse in qualche modo disdicevole abitare in città, nondimeno aveva un rispetto quasi sacro per Pietravento, perché ben conoscevano la leggenda secondo cui la città fosse sorta attorno a quel magico menhir sulla collina che portava il buon vento ai naviganti. A dire il vero, in quell’anno 1234, come pure a tutt’oggi, nessuno sa dove stia di preciso quel menhir, la famosa Pietravento, ma tutti, in città e fuori, dicono che una delle pietre che lastricano la piazza centrale, non si sa quale, sia la cima del menhir, che si rifiuta di sprofondare, e solo quando la cima della Pietravento sarà scomparsa allora anche per la città sarà la fine. Ad ogni modo, sarebbe stato particolarmente disdicevole per la gente di Cruach far fuori un uomo che, potenzialmente, aveva posato lo sguardo sulla sacra Pietravento. Per cui si trovavano in quello spiacevole garbuglio di leggi in aperto contrasto l’una con l’altra.

Gwenvael d’Ysengrin pensò bene di non lasciar loro troppo tempo per trovare una soluzione. Fu così che, per una sola notte, lui e Isidoro rimasero ospiti, al caldo e ben rifocillati, presso dei nemici. Durante la cena, Gwenvael, che masticava bocconi eccessivamente piccoli e beveva a sorsi decisamente sospettosi, disse a quello che doveva essere il capo del villaggio:

“C’è la guerra. I clan sono convocati. Ci vediamo al Cerchio dei Re.”

La mattina dopo se ne andarono prima dell’alba, senza che nessuno li svegliasse e senza salutare alcuno.

La cosa continuò così per diverso tempo. Isidoro seguiva Gwenvael di villaggio in villaggio, alcuni lieti, alcuni meno, in mezzo a questa gente semibarbara e dagli strani costumi, e ogni volta il messaggio era che c’era la guerra, e tutti erano convocati al Cerchio dei Re. Quando Isidoro scoprì che, nonostante il nome, non esisteva nessun re nella Marca, non fu neanche troppo sorpreso.

***

Il Cerchio dei Re era un anello di pietre dritte, non particolarmente imponenti, anzi basse a dire il vero, su una collina, o meglio un’altura dolce in mezzo alla campagna della Marca. Quando ci arrivarono, i clan erano evidentemente già riuniti.

“Sono tutti qua” notò Isidoro.

“Certo, loro si sono messi in viaggio mentre noi dovevamo girare i villaggi per dare la notizia.”

Isidoro stava già per chiedere se non sarebbe stato meglio inviare dei messaggeri e poi aspettare tutti i clan al Cerchio, invece di fare personalmente il viaggio loro due, ma si rispose da solo che probabilmente c’era qualche legge nella Marca per cui la notizia la dovevano portare per forza loro, e lasciò perdere. Arrivarono per ultimi, con la gente di Ysengrin che li seguiva suonando le zampogne, in arcione addirittura a due belle mule.

La gente silenziosa che avevano visto per i villaggi occupava ora la campagna in assetto di guerra. Impugnavano lance, spade, asce, giavellotti e piccoli scudi dipinti. Alcuni portavano giubbe imbottite, elmi e cotte di maglia di una foggia che a Pietravento non si vedeva più da anni. Isidoro udiva il vociare di quei guerrieri nella conca tra le colline, come un rimbombo di onde sulla scogliera.

“Abbiamo un esercito per Pietravento.”

 “Non è detto che si siano armati per venire a combattere con noi. Potrebbero anche mettersi a combattere tra loro. Dipende.” Fece Gwenvael, scendendo dalla mula. Prima di lasciare il suo feudo, dove tutti lo avevano accolto con affetto e gentilezza, si era gettato sulle spalle un vecchio mantello multicolore, con il bordo di frange, come quelli che portavano i capiclan della Marca. Isidoro aveva strabuzzato gli occhi davanti all’aspetto a metà tra il cittadino e il selvaggio di Gwenvael, ma ora si rendeva conto che l’unico ad apparire veramente estraneo era lui.

Isidoro smontò, imitando il signore d’Ysengrin. Lui gli diede la briglia della propria mula, si sfilò la spada dalla cintola, lo fissò, sorrise e gliela mise in mano, come se fosse il suo scudiero. Poi si avviò verso il cerchio di sassi, accompagnato da un vecchio coi capelli lunghi ai lati del cranio e completamente calvo sulla sommità, lunghi baffi grigi e spioventi che scendevano sotto un naso adunco. A quanto aveva capito era il bardo, lo scrivano, l’attendente del suo feudo. Isidoro si guardò intorno. Il resto del seguito se ne stava giù, tra la folla; solo i capi clan e i loro bardi e ufficiali salivano al Cerchio. Sentì le voci dei guerrieri alle sue spalle, qualcuno fece una battuta che non riuscì a capire, risate tutto intorno a lui.

Quella folla torreggiante lo soffocava. Scorse dello spazio vuoto vicino a una quercia solitaria. Non era troppo distante né troppo vicina, ma nessuno nei paraggi sembrava averla considerata. Prese le due mule e vi si diresse, evitando gli sguardi della gente.

I capi avevano confabulato tra loro nel cerchio di pietre. Sulla folla ancora aleggiava un leggero mormorio, ma quando gli uomini dai mantelli variopinti sciolsero il capannello in cima alla collina, il silenzio calò sulla vallata. Ora i capi e i loro bardi stavano seduti ai bordi dell’anello di pietra, al centro restava in piedi un uomo solo.

Alzò le braccia e il manto ondeggiò alle sue spalle.

“Popolo della Marca”

Era Gwenvael d’Ysengrin. Dalla sua posizione sotto la quercia solitaria Isidoro lo scorgeva distintamente e poteva udire ogni sua parola.

“Sono qui tra voi come vostro conterraneo, e porto un messaggio da vostri conterranei! Lo so bene!” aggiunse alzando la mano “Ci sarà tra voi chi dice: ‘cos’ho io da spartire con la gente di Pietravento? vivono in città, hanno costumi diversi e le leggi del Re non sono le leggi della Marca.’ Certo! ma siamo legati a loro da un legame ben più antico: tutti voi ricorderete infatti Borvo, re dei nostri padri, di cui ancora i bardi cantano le gesta. Fu lui a trovare per primo la sacra Pietravento, sulla cima della collina che guarda il mare. Fu lui che ritenne giusto stabilire una città lì, intorno alla sacra pietra, una pietra benedetta, poiché portava buon vento ai naviganti che la toccavano prima di solcare le acque. È chiaro a voi tutti che il saggio Borvo riconobbe in essa benedizioni provenienti da poteri che nessuno di noi può negare, poteri di cui tutti qui, uomini, donne, bambini, ben comprendiamo l’origine.”

La gente era completamente in silenzio.

Gwenvael gettò uno sguardo, uno solo, verso la quercia.

“Ebbene fu Borvo che stabilì la città di Pietravento: senza quella sua decisione ora non parleremmo nemmeno della famosa navigazione del santo Ronan, e la gente della Marca si sarebbe dimenticata tutte le storie del mare, della città sommersa e delle isole beate, alcune delle migliori leggende che abbiamo. Dunque, se re Borvo fu padre della nostra gente come pure di quella di Pietravento, vedete bene che i nostri due popoli sono fratelli e siamo uniti a loro da legami ancor più antichi di quelli dei nostri stessi clan.”

“Accade ora che Pietravento sia in pericolo, le sue mura cinte d’assedio dai suoi peggiori nemici. E chi può del resto tollerare la slealtà di Selcevecchia, città di traditori, che ha mosso guerra ai nostri fratelli nel momento del pianto. Sì, avete ben capito! Giacché neanche Roy il Rosso attaccò i suoi nemici il giorno della veglia funebre e della sepoltura del loro genitore, e avrebbe ben potuto farlo. Costoro invece, pur essendo superiori di numero, hanno atteso di colpire allorché Pietravento si trovava privata del suo padre e del più forte dei suoi guerrieri.”

“Solo così quei codardi hanno potuto avere la meglio, e ora, sconfitti i cavalieri sul campo, pongono assedio alle mura. Veri guerrieri, come coloro che adesso mi stanno dinnanzi, non si porrebbero alcun problema: ‘Andiamo alla battaglia, in soccorso dei nostri fratelli’ – ma già so che qualche voce insidiosa inevitabilmente vi giungerà alle orecchie: ‘Perché rischiare la vita per la città del re? Cosa ne sa della vita alla Marca la città sul mare, che vive negli agi?’. Ebbene, se ancora il ricordo della comune stirpe non basta a smuovere gli indecisi e a far tacere le voci dei dubbiosi, che si consideri questo: cosa farà la perfida Selcevecchia una volta presa per fame la città dei nostri fratelli e sorelle? Si accontenterà forse di questa vendetta? Le basterà forse saziarsi del sangue d’infanti e fanciulle?”

“No fratelli miei, piuttosto volgerà gli occhi a oriente e porterà la guerra anche a questa nostra Marca. I re di Pietravento sempre garantirono e difesero la nostra libertà, e il nostro braccio valoroso garantì a loro molte vittorie. Gente della Marca: la battaglia con Selcevecchia sarà inevitabile, siate voi pertanto a decidere il campo, a portare lo scontro a loro, salvando quindi la vostra terra e nel contempo la nostra città sorella!”

Probabilmente troppo enfatico, pensava Isidoro, di sicuro troppo lungo, però le argomentazioni parevano ragionevoli. L’effetto che sortivano le affermazioni ragionevoli su quel pubblico non era però chiaro, e anche l’oratore, terminato il discorso, scrutava gli uditori con aria dubbiosa. Soli sotto l’albero,  Isidoro e le mule guardavano la folla che pian piano rompeva il silenzio. Tra il mormorio generale ogni tanto qualche sguardo vacuo cadeva su di lui. Qualcuno scorgendo il giovane lo indicava col dito ai propri compagni, ma nessuno diceva nulla.

“D’accordo, ma chi guiderà l’esercito?”

La voce proveniva da un personaggio anziano e con l’aria imperiosa, che però stava in mezzo alla gente e non tra i capi in cima alla collina.

“Caradec!” si alzò subito un coro di voci, cui in risposta:

“Ladro di vacche!”

Qualcuno tentò la conciliazione, prima che le mani corressero subito alle armi.

“Kernan il saggio, del Clan delle Isole”

In quel posto lontano miglia e miglia dal mare non poteva certo mancare un Clan delle Isole.

“Kernan è troppo vecchio.”

Ysengrin dalla sua posizione sopraelevata principiava ad assottigliarsi, prima che a qualcuno venisse in mente di proporlo e qualcun altro tirasse in ballo i furti di bestiame. 

“Gwenvael d’Ysengrin ruba le vacche, e adesso anche gli asini!”

Troppo tardi.

“Cosa dici, cane!?” L’intero seguito del cavaliere aveva sguainato le armi.

“Guardate là!” era la sprezzante risposta.

“Fermi!” Gwenvael scendeva dalla collina a passi lunghi, con le braccia levate come ad arrendersi “Fratelli, amici, aspettate, ascoltatemi!” disse facendosi largo in direzione di Isidoro.

“Ascoltate, ve ne prego, non me, ma questo giovane, che viene da Pietravento.”

Il cavaliere ma era riuscito a superare la folla indenne anche se aveva perso il mantello. Si fermò a pochi passi dalle chiome della quercia. Aveva lo sguardo sbarrato di uno che sta per essere impiccato. Chiunque, anche chi prima non l’aveva notato, ora fissava Isidoro.

Nessuna battuta, nessuna risata. Il silenzio era assoluto.

Isidoro lanciò uno sguardo di supplica e di disperazione a Gwenvael. Quello, come se fossero state le sue ultime parole, ma non senza una certa gentilezza, disse:

“Parla Isidoro. Parla di Pietravento.”

“Io…” fece Isidoro, gli occhi bassi. Poi alzò la voce e proseguì: “Io ho combattuto davanti alle mura di Pietravento. Mio cugino è morto in battaglia, era un grande cavaliere. Tutti i nobili della città sono morti. Io mi sono salvato solo grazie ai cavalieri del Narvalo. Tutti intorno a me erano morti, io ero schiacciato sotto il mio cavallo.”

Così li stava solo demoralizzando, non li avrebbe mai convinti. Non aveva una storia diversa da raccontare però.

“Gli abitanti di Pietravento sono coraggiosi, e amano la loro città. Ma non sopravviveranno se l’assedio durerà tanto. Io non so che altro si possa fare. Siete l’unico soccorso possibile. Forse si può colpire il nemico un po’ alla volta, o di notte, o…”

Non era uno stratega. Non aveva idea di quante speranze avesse quella massa di guerrieri semi selvaggi con vecchie armature. Sentì gli occhi inumidirsi, la voce che si stava per spezzare. Tanti lo fissavano come se avessero visto un fantasma. Inspirò a fondo, alzò lo sguardo.

“Non potete trovare qualcuno che guidi l’esercito? Io non so… non potete far decidere alle Fate?”

Sulla piana in cui sorgeva il Cerchio dei Re calò il gelo. Centinaia di persone, di sicuro tutti quelli che dalla quercia avevano udito le sue parole, in un istante sbiancarono in volto. Anche i più distanti, persino chi non aveva udito quelle ultime sillabe percepiva perfettamente, dal clima circostante, cos’era accaduto.

Isidoro se ne rese conto. Un velo trasparente gli scese sugli occhi, ma le lacrime non scivolarono giù. Non sentì più il cuore. La pancia era un buco.

In tutto questo non poteva chiaramente accorgersi che, nonostante fosse primavera, una foglia si era staccata dalla quercia sotto cui stava e, cadendo in una lenta spirale, era andata a posarsi esattamente in mezzo alla corona dei suoi capelli biondi.

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Un’armata marciava tra i boschi e le foreste, i pantani e le brughiere della Marca delle Fate. Era un’armata di uomini forti, di giovani svelti, ma anche di vecchi, di donne, di ragazzini e di asini. Era gente credulona e allo stesso tempo scaltra, che conosceva la terra e le strade che stava percorrendo. A capo di quell’armata, sebbene la strada non la conoscesse altrettanto bene, c’era un giovane biondiccio, che non aveva del tutto capito come fosse diventato il loro comandante.

Glie lo spiegò Gwenvael, all’inizio con qualche giro di parole: la quercia sotto cui si era messo Isidoro durante l’assemblea al Cerchio dei Re era sacra alle Fate (ecco perché se ne tenevano tutti alla larga, nonostante l’ombra e l’ottima visuale). Nessuno aveva informato Isidoro, perché sarebbe stata pessima educazione, e soprattutto perché ci avrebbero pensato le Fate a fargliela pagare, nel caso l’avessero considerata un’offesa.

Il momento decisivo però era arrivato dopo, quando lui aveva detto la parola che non andava detta. Sarebbe potuta finire in altro modo, e il cavaliere allora si era assai preoccupato, anche se questo non lo disse apertamente. Infatti, anche quando le Fate tardavano a punire chi mancava loro di rispetto, c’era la tendenza tra la gente della Marca a “dare loro un aiuto”.

Si era deciso tutto in una manciata di istanti. Nessun fulmine dal cielo, nessun baratro che si apriva nella terra, l’albero era rimasto al suo posto. Se Isidoro avesse fatto un passo fuori dall’ombra delle chiome sarebbe probabilmente stato il suo ultimo. L’unica cosa che era accaduta era quella piccola fogliolina che, a dispetto della stagione, era scesa dall’albero e si era posata sulla sua testa some una carezza.

Il segno era inequivocabile. L’intera piana era esplosa in canti e grida di gioia, mentre risuonavano tamburi e zampogne e Isidoro veniva ghermito da braccia robuste che, ignorando bellamente il terreno sacro su cui stava, lo sollevavano in alto e lo portavano in trionfo.

Le Fate avevano scelto. L’intera Marca andava in guerra.

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