Dune, l’epica dei nostri tempi

Mercoledì sera, con Jacopo e Filippo, due amici di Pietravento, sono andato a vedere in anteprima Dune, il film di Denis Villeneuve, da poco presentato al festival del cinema di Venezia. Magari vi interessa andare a vederlo, o forse avete già acquistato i biglietti. In caso vi importasse qualcosa, vi lascio qui il mio parere. Cercherò di rivelare il meno possibile della trama – anche perché se desiderate, la trovate ovunque, o magari avete letto l’omonimo romanzo di Frank Herbert[1], primo di una serie, da cui la storia è tratta. Infine, permettetemi un’ultima precisazione. Quella che vi scrivo non vuole essere la recensione di un esperto di cinematografia. Si tratta solo delle impressioni di un profano, che è uscito una sera a vedersi un film con gli amici, ed è uscito dalla sala entusiasta.

Quando mi sono adagiato sulla poltrona del cinema, pochi minuti prima dell’inizio del film, tutto quel che sapevo di Dune risaliva ai tempi della scuola media, quando in mensa ci servivano una gustosissima pasta condita con olio ed erbe aromatiche, e un mio compagno di classe, Enrico, inforchettandola con gusto, mi raccontava della “spezia” e di una saga di romanzi fantascientifici, ambientati in un futuro lontano, su un pianeta dove veniva raccolta questa misteriosa sostanza psicotropa (la quale, sono piuttosto certo, non era la medesima che condiva la nostra pasta).

Questo sapevo, e che Dune era un classico della fantascienza. Mi sono accomodato sulla poltroncina e ho capito perché.

La trama di Dune – che, badate bene, racconta solo metà del romanzo e quindi richiederà un seguito – è piuttosto tradizionale. La nobile famiglia del Duca Atreides viene inviata dall’imperatore della galassia sul pianeta desertico di Arrakis, precedentemente governato dal Barone Harkonnen, per gestire la raccolta e il commercio della spezia, una sostanza prodotta dal colossale verme delle sabbie, la quale dona a chi ne viene in contatto acutezza di sensi, prescienza e altre capacità. Siccome vi ho promesso di non rovinarvi la storia, vi dico solo che accadranno prevedibili imprevisti e i personaggi vivranno avventure.

No, non sono le dune di Arrakis ma il deserto di Giuda.

Il fatto è che questa trama molto tradizionale viene però raccontata con il respiro ampio, maestoso dell’epica. I personaggi ricoprono veri e propri ruoli archetipici, i medesimi degli antichi eroi della letteratura omerica, del mito e della leggenda. Il padre forte e comprensivo, la madre dai saggi consigli, la profetessa consacrata, il salvatore promesso, il buon sovrano e il tiranno, sono tutti presentati non come cliché, ma come le solenni figure che hanno affascinato generazioni di uomini e donne in ascolto di storie. C’è l’esilio e la vendetta, il destino e la scelta.

Si tratta di fantascienza in teoria, ma in pratica i modelli a cui l’ambientazione fa riferimento sono quelli dell’antichità. L’umanità del futuro è retta da un monarca, i pianeti sono concessi ai nobili secondo un sistema feudale ereditario. Il classico armamentario di strabilianti tecnologie a cui i film di fantascienza ci hanno abituati è in Dune piuttosto ridotto e mai centro dell’attenzione: si viaggia con astronavi e “ornitotteri” volanti, è vero, ma i computer sono stati banditi, calcoli e strategie sono affidate a uomini dalla mente prodigiosa o donne dalle doti di preveggenza e le battaglie si decidono ancora col buon vecchio corpo a corpo, come ai tempi in cui si combatteva sotto le mura di Ilio.

Il senso di solennità non deriva soltanto dalle figure archetipiche, dai dialoghi essenziali, talvolta enigmatici, o dall’interpretazione degli attori. Il fatto è che Dune in sé è un’esperienza estetica. Fin dalle prime riprese il regista, Denis Villeneuve[2], si prende tutto il tempo necessario per spaziare sui paesaggi sconfinati che saranno molto di più di un semplice sfondo. Le maestose riprese del deserto, accompagnate dalla colonna sonora di Hans Zimmer, raccontano un luogo dell’anima, di visioni, dove i personaggi sono da soli, contro un ambiente ostile e spesso inspiegabile, meditabondi come antichi beduini. Persino il verme della sabbia, che produce l’agognata spezia ma aggredisce chiunque si addentri tra le dune di Arrakis, si merita il suo posto tra i draghi della leggenda, pur non essendolo, almeno di nome. Addentrarsi nel deserto significa scatenare sicuramente la sua collera, eppure il suo attacco sopraggiunge all’improvviso, un destino certo e allo stesso tempo imprevedibile. Sollevando enormi ondate di sabbia, il verme che emerge trasformando il deserto in un mare è un’incarnazione della potenza della natura, nel suo aspetto sublime e terribile. Dall’aspetto ripugnante, il mostro ha al contempo qualcosa di ipnotico, uno strano fascino incantatorio, tanto che le genti del deserto lo venerano come una manifestazione divina. Penso che coglierete anche voi questo aspetto “numinoso” quando vi troverete faccia a faccia con la gigantesca creatura.

I combattimenti non sono le sanguinose mischie di fango e budella in cui una certa cinematografia truculenta ama razzolare, ma lotte dalla coreografia studiata, spettacolari ed eroiche[3], letali eppure all’apparenza quasi incruente. I soldati sbarcano dalle astronavi al suono di uno strumento musicale che non mi sarei mai aspettato in un film di fantascienza e che spero farà venire voglia anche a voi di alzarvi sulla poltrona e applaudire. Le inquadrature permettono di ammirare i dettagli dell’architettura, essenziale e allo stesso tempo affascinante, e soprattutto dei costumi: i cappotti ottocenteschi e le uniformi dell’aristocrazia, i paramenti della corte imperiale, le armature dei combattenti. Ho apprezzato molto la possibilità di ammirare il lavoro del reparto costumi, cosa che mi pare non si possa dire di altri film.

Il fatto di aver visto tutto questo in una sala IMAX, con gli occhialini, la profondità dei fondali e un sacco di cose a cui non ero abituato, ha di certo contribuito ad costituire la summenzionata esperienza estetica della serata.

Alla fine Filippo, Jacopo e io concordavamo sul fatto che il film avesse un solo punto negativo: saremmo rimasti volentieri altre due ore e mezza sulle nostre poltroncine a vedere come continuava la storia, invece dovremo aspettare la seconda parte.

Sorpresa finale, dopo i titoli di coda mi alzo ed esattamente nella fila dietro di me, insieme ad altri amici che non vedevo da tempo, c’era proprio Enrico, il primo in assoluto ad avermi parlato di Dune e della sua psicotropa spezia, alla mensa delle scuole medie.

Questa è la mia impressione personale. È assolutamente soggettiva, le recensioni obiettive le trovate altrove, scritte dagli addetti ai lavori. Ho trovato Dune un’esperienza visiva affascinante e coinvolgente, che usa gli antichi, semplici ma potenti simboli e il registro dell’epica. Mi sono riproposto di leggere almeno il primo romanzo. Se vedrete il film spero vi piacerà quanto è piaciuto a me e in caso vi aspetto volentieri per leggere il vostro parere nei commenti!


[1] Frank Herbert, Dune, Radnor, PA, Chilton Books, 1965.

[2] Il regista ha diretto anche Arrival (2016), tratto da un racconto di Ted Chiang, Storia della tua vita (Ted Chiang, Stories of Your Life and Others, New York, Tor Books, 2002; traduzione italiana a cura di Christian Pastore, Ted Chiang, Storie della tua vita, Milano, Frassinelli, Pickwick, 2018). Mi sento di consigliare anche quest’opera.

[3] Sì, lo sappiamo che la violenza vera fa schifo e infatti la condanniamo. Vogliamo le botte nelle nostre storie, ma botte estetiche.

6 commenti

  1. E bravo Francesco! Una vera recensione, degna di un esperto cinematografico! Ti è piaciuto tanto il film, visto l’entusiasmo con cui ne parli.

    1. Caro Rossotranquillo, capisco bene quello che dici, una reazione comune e giusta soprattutto quando qualcosa viene sbandierato ad nauseam dai media. Devo dire che mi è piaciuto anche il romanzo. E forse non l’ho sottolineato abbastanza ma il comparto sonoro sotto la direzione di Hans Zimmer è assolutamente strabiliante e spesso contribuisce all’aura quasi sacrale di certe scene: grande cura e ricerca di sonorità stranianti, a volte aliene, altre volte antiche. Ho scoperto persino da un’intervista che lo strumento che menzionavo nel testo e che si vede nel film è “doppiato” nella colonna sonora da uno strumento completamente diverso, il duduk.
      Ora non ti resta che trovare una sala cinematografica che proietta Dune!

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